Dieci anni fa avevo tredici anni. Agli occhi della mia famiglia, composta al 97 % da gente che all’epoca votava DS e adesso vota PD e al 3% da gente di sinistra, ero una preadolescente colta, socialmente attiva, impegnata, brava-a-scuola eccetera eccetera eccetera ma in realtà gli unici miei crucci reali erano:
che il ragazzino per cui avevo perso la testa non mi si filava
che ero una delle poche della mia classe a non aver ancora avuto le prime mestruazioni (Le consideravo una sorta di “status symbol” e le desideravo, per sentirmi “grande”, quasi nella stessa misura in cui adesso le odio)
che, naturale conseguenza del punto B, ma lo avrei capito solo anni dopo, non avevo abbastanza tette.
Da due estati, esattamente da quando mi avevano portata per la prima volta all’Acquario di Napoli e mio padre mi aveva parlato del favoloso Acquario di Genova facendomelo immaginare come una roba alla stregua del mondo sommerso della Sirenetta di Walt Disney, imploravo i miei di portarmici. A Genova, per l’appunto. Puntuale, anche nel 2001, forte dell’ “Ottimo” all’esame di terza media, riproposi la “spinosa questione” e quando mi sentii rispondere «Quest’anno non mi pare proprio il caso» pensai che fosse l’ennesima scusa campata in aria per evitare di rispondermi con un “No” diretto. (Di sicuro avevo sentito parlare di quello che stava per succedere a Genova nei telegiornali che mio padre ci obbligava a sentire in religioso silenzio, a pranzo, ma non ci avevo, o non ci avevo voluto prestare troppo caso).
Insomma, con l’incazzatura conseguente all’aver saltato la gita a Genova per il terzo anno di seguito, e col fatto che uscivo poco perchè ero la classica secchioncella (Per giunta senza tette!) mi godevo il fancazzismo tra la fine della terza media e l’inizio del liceo sonnecchiando tutti i pomeriggi sul divano, con qualche fumetto di Topolino da leggere e la tv accesa su qualche canale a caso, anche perchè i social network non esistevano ancora e da quel che ricordo non avevo ancora nemmeno un computer in casa.
Anche il 20 luglio, lo stavo passando così. Anche il 20 luglio avevo la tv accesa su un canale a caso.
Poi, di colpo, è cambiato tutto, grazie al telegiornale delle 20, grazie a uno di quei telegiornali che anni dopo avrei imparato a detestare. La “vittima” fa notizia, quella notizia i telegiornali non possono non darla. Quella notizia fa alzare gli occhi dal Topolino anche alla mia versione tredicenne, a me, che pensavo, si, soprattutto alle mie non-tette e a quel ragazzino che non mi si filava, ma forse un minimo intelligente e sensibile lo ero sul serio. Nei giorni a seguire i telegiornali e le discussioni dei “grandi” a riguardo, le ho seguite con un po’ di attenzione in più, come non avevo mai fatto prima. Mi sarei resa conto solo anni e anni dopo che quell’estate non sono cresciuta solo per il fatto puramente biologico di aver avuto, ad agosto, finalmente le mie tanto attese mestruazioni, ma anche per Carlo, grazie a Carlo, e a quel 20 luglio, a quella notizia appresa tra una storia di Paperino e l’altra.
Se gli anni del liceo sono stati, per me, anni di cortei, assemblee ed occupazioni nonostante gli impedimenti geografici dovuti al fatto di abitare in un paesino di provincia, se ho letto quello che ho letto, se ho visto i film che ho visto, ascoltato la musica che ho ascoltato, se, su quel G8, negli anni seguenti non ho mai smesso di recuperare materiale ed informazioni, se a novembre pubblicherò il mio primo romanzo, se non ho mai visto una puntata di Amici, del Grande Fratello e di Uomini e Donne perchè la mia coscienza non è in vendita al massmedia migliore, se il quattordici dicembre 2010 ero a Roma tra i lacrimogeni, se nei mesi scorsi sono stata in piazza a manifestare contro la privatizzazione dell’acqua, se adesso sto combattendo per i diritti dei migranti, lo devo a Carlo e alle persone che dieci anni fa, a Genova, c’erano.
Per quello che mi riguarda “Carlo vive”, non è uno slogan, uno striscione, una roba scritta su un muro qualsiasi con gli spray. Carlo vive nei ricordi di chi c’era. Carlo vive nelle coscienze di chi, come me, non c’era. Carlo vive, non come un eroe, non come un martire, ma come un ragazzo, uno normale, uno di noi, uno che avrebbe potuto far parte delle nostre comitive, un compagno che ci ha accompagnati durante tutta l’adolescenza, che ci ha fatto diventare adulti senza mai consentire alle nostre coscienze di abbassare la guardia.
CREDITS: Il titolo è una citazione da “La lotta armata al bar”, Le luci della Centrale Elettrica.







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