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genova 10 anni dopo, la mia storia per immagini di zakunin

Ciao! Lo trovate qui: http://zakunin.wordpress.com/2011/07/20/genova-10-anni-dopo-la-mia-storia-per-immagini/

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sirene spiegate… di elleex

era qualcosa che molti di noi, ragazzi genovesi volontari sulle ambulanze, in fondo in fondo ci aspettavamo… e non per gli articoli dei giornali o i servizi televisivi che disseminavano terrore e pregiudizio… lo sentivamo nell’aria… noi che ogni giorno, di ogni settimana, di ogni mese, di ogni anno eravamo a contatto col sangue, col dolore, con le lacrime della gente, già da qualche giorno prima sentivamo che qualcosa non andava, che qualcosa cambiava per le strade… lo sentivamo preparando le borse sui nostri mezzi… lo sentivamo organizzando le squadre per i turni… lo sentivamo guardandoci negli occhi… lo capivamo perchè il telefono non squillava… o meglio, squillava meno del solito… e nulla in quei giorni è andato come doveva… o poteva… o come semplicemente come noi avremmo voluto… le nostre ambulanze venivano costantemente riapprovvigionate di quanto necessario alle urgenze… continuamente lavate dal sangue… dal vomito… non un attimo di sosta per tutti i ragazzi che in quei giorni hanno lavorato senza tregua ritrovandosi catapultati in una guerriglia urbana che aveva dell’incredibile… dell’assurdo… la città deserta… gli elicotteri nel silenzio… la gente che correva… tantissimi gli interventi “sul posto”… il terrore negli occhi delle persone che soccorrevamo… i lacrimogeni sparati davanti alla porta della nostra pubblica assistenza… i ragazzi che spostavano i cassonetti per fare passare noi che correvamo da una via all’altra a sirene spiegate… i lacrimogeni… costantemente nell’aria… anche di notte… io abito in centro, vicino a corso sardegna… dovevo serrare le finestre di notte per trovare pace da quell’odore… ma la pace in quei giorni forse era da un’altra parte… non a Genova… non sulle nostre ambulanze e non per le nostre strade… senza pensare… ecco come si doveva lavorare… senza pensare… perchè pensare avrebbe voluto dire piangere, urlare… e noi no, non potevamo permettercelo, perchè c’era una marea di persone che minuto dopo minuto, ora dopo ora, veniva violata nel fisico ma soprattutto nell’animo… e ricordo che io pensavo, non devo piangere… non volevo che di Genova ricordassero solo lo sguardo carognoso dei poliziotti ed i loro manganelli… la ferocia e la repressione dello stato… o i nostri volti esterrefatti… volevo che qualcuno ricordasse che a Genova c’erano anche dei ragazzi che si sono rimboccati le maniche per la sola volontà di farlo… per la sola volontà di dare una mano, nell’unico modo in cui erano bravi… volevo che ricordassero una mano amica… una voce rassicurante… avrei voluto una Genova diversa in quei giorni e invece ancora oggi se sento il rumore di un elicottero o quello di una sirena non posso fare a meno di pensare a quei giorni… alla mia città, divenuta il simbolo di un massacro… e mi ricordo degli occhi fieri di tutti quei ragazzi e di tutte quelle persone che, anche nel delirio di quel che è stato, a Genova c’erano quei maledetti giorni e come me, non possono e non vogliono dimenticare…

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Il ricordo che non ho di Maurizio Pesce @pestoverde

l caldo infernale, i genovesi che allungano bottiglie dalle finestre ai manifestanti; il pronto soccorso e gli ambulatori sempre pieni di gente, le chiazze di sangue sull’asfalto, il finanziere in lacrime; i passamontagna, le ginocchiere, gli scudi in plastica, i vetri e i sassi del lungomare; salite e discese, traverse sconosciute, il pass da mettere e togliere a seconda di chi c’era in giro; il fiato corto, io che sono asmatico e non avevo il Ventolin, gli occhi che si appannano, la gola che brucia, il cuore che fa rumore; lo Stadio Carlini, i giardini di Punta Vagno, Corso Italia, Corso Marconi, via Casaregis.
Corso Gastaldi. Ero lì, quando è arrivata la notizia di piazza Alimonda, ero a pochi metri, ma non mi sono avvicinato: ho girato sul ponte di Terralba per allontanarmi. Ero lì per Radio 101 e da un paio di giorni facevo coppia fissa con il corrispondente da Genova dell’AGI. Dettava i pezzi col telefonino e aveva un’agendina consumata con tutti i numeri utili. Avevo 25 anni, Internet sul cellulare non c’era. Ricordo l’aria pesante che si respirava già da un po’, tipo da un’ora; ricordo il viale che scende verso la stazione improvvisamente vuoto e silenzioso.
Ricordo i manifestanti che sfilano e il supermercato di piazza Giusti in fiamme, ma chissà se ricordo bene; ricordo i gruppetti incappucciati che corrono per le strade e spariscono all’improvviso; ricordo felpe, zaini e spranghe nascoste nei cespugli; ricordo la marcia con le bandiere nere in via Tolemaide, i posti di blocco, i container in giro per la città; la gente che corre, la gente che ride. Ricordo i ragazzi all’interno dello stadio Carlini che si preparano per il corteo. Ricordo l’ingenuità di chi costruiva scudi di plastica e protezioni di gommapiuma, simboli di una sfida dimostrativa; ricordo le prove di resistenza delle testuggini improvvisate e quanto fossero inadeguate a quello che le aspettava poco dopo, poco lontano da lì.
Ricordo la manifestazione del giorno dopo spezzata a metà, sul lungomare, e ricordo il momento esatto in cui il corteo non c’era più; ricordo che c’era un gruppo che aveva deciso che lo svincolo con via Rimassa era il luogo giusto per scatenare l’inferno. Ricordo due, tre tizi incarognirsi sulla vetrina di una banca, ma non mi ricordo quale; ricordo un’auto in fiamme, un cassonetto o due in fiamme, la polizia che resta laggiù e guarda. Ricordo i primi lacrimogeni, ricordo che uno mi è piovuto addosso: l’ho conservato per anni, devo ricordarmi di cercarlo in cantina. Chissà se ce l’ho ancora. Ricordo l’aria che brucia in gola, la corsa su per via Foglienti e le scale per raggiungere via Nizza, in cerca di aria pulita. Ricordo pure che no, non si poteva respirare neanche lassù; ricordo il fumo che sale gli occhi aperti a malapena. Ricordo di essere sceso quando i sassi hanno smesso di volare. Ricordo persone in terra, alcune sedute, alcune sdraiate, alcune con un anfibio sulla schiena e le mani legate dietro. Ricordo il finanziere in lacrime che si chiede perché la gente non avesse indietreggiato; lo ricordo mentre mi spiega che a loro insegnano a non far selezione, per non rischiare una coltellata alle spalle.
Ricordo il Porto Antico stretto come i corridoi di una nave e ricordo i colleghi nella zona rossa che non avevano idea di cosa succedesse fuori.
Ricordo la sera dell’assalto alla Diaz; ricordo che ero appena rientrato al Novotel di Sampierdarena, che volevo andare a vedere e che invece no: non mi ci mandavano; ricordo la notte insonne a pensarci e il taxi all’alba per essere sul posto per la diretta delle 6; ricordo la scuola vuota, i danni, le macchie, i vetri in frantumi; ricordo mentre salgo le scale, mentre entro nelle aule, il silenzio nei corridoi; ricordo che mi hanno raccontato scene degne dell’America Latina. So che proprio quella notte è l’unico ricordo che mi manca e non riesco a mandarlo giù.

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non è un auto bomba di sep

quella del G8 è stata la mia prima presenza a Genova, se si vuole dimenticare le volte che ci vai a prendere il traghetto per la Sardegna o per la Corsica. non conosco la città e quindi quando c’è da scappare non so per dove sia meglio, sono un cane sciolto come si usava dire, per garantirmi maggiore libertà di movimento non mi sono aggregato a nessun gruppo, benchè con gli amici si sia deciso di andare a dormire al Carlini. Alle sette del mattino di sabato mi sollevo dalla dura gradinata degli spalti dove non ho dormito se non un paio d’ore e vado a cercare da mangiare. fuori non c’è nessuno, è bel tempo. cerco anche una cabina (non ho cellulare) per fare uno squillo a mia madre che va tutto bene, ma l’unica che trovo sembra cannibalizzata dalle cavallette, in piedi è rimasta solo la struttura di alluminio. fuori dalla strada del Carlini, a lato del cavalcavia c’è quel manifesto bellissimo dove un bambino bianco grasso è allattato da una donna nera scheletrica. lo slogan non lo ricordo. trovo un prestinaio e compro una focaccetta, trovo pure la cabina, una chiamata veloce e metto a riposo la vecchia. tornando dai compari mi imbatto in un furgone mercedes variopinto pieno di gente dentro che dorme. mi soffermo su un piede che esce dal finestrino. sul muso hanno attaccato un cartello con scritto:-questo non è un autobomba, non rimuoveteci grazie.

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non saprei che titolo di alladr

io volevo andarci poi, per ragioni si spiccolo affare (forse proprio soldi, o organizzazione), non ci sono andato. ma ho seguito in tv, sui giornali, in rete e, approfittando dalla mia postazione “da lontano”, ho vissuto Genova2001 come un evento narratologico. è stato impressionante ricostruire le due storie che sono state raccontate su Genova2001, quella del poliziotto buono e quella del poliziotto cattivo (e certo, sono etichette, soltanto etichette, ma si capisce benissimo a quali due racconti sto facendo riferimento), rilevarne le variazioni, scoprire come individuarle (nel lessico e nella sintassi prima di tutto, dove le manipolazioni sono meno visibili).
Genova2001 mi ha fatto capire come dovevo guardare il mondo, la comunicazione, la mia professione di linguista (che poi ho cambiato, ma continuando a mantenere quello sguardo sulle cose).

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G8enova per noi di Edoardo Acotto

G8enova per noi (un racconto mai finito)

… che ben sicuri mai non siamo
che quel posto dove andiamo
che ben sicuri mai non siamo
non ci inghiotte e non torniamo più.

Paolo Conte

Io mi porto il casco avevo detto a Diego, lui mi aveva detto che ero scemo e che la polizia mi avrebbe identificato come Autonomo e riempito di botte.
Non ero convinto ma alla fine ho lasciato perdere, tanto il casco non mi sarebbe servito a nulla.

Arrivare siamo arrivati tardissimo: col treno ci hanno fatti passare da Piacenza anziché da Voghera, abbiamo impiegato cinque ore, era un treno speciale perché le linee ferroviarie erano occupate dai treni speciali che venivano da tutta Italia, e c’erano forse anche cosiddetti problemi di sicurezza.
Io ero appena arrivato dalla Puglia appositamente per andare a Genova, avevo interrotto le vacanze per partecipare a quell’evento storico che immaginavo sarebbe stata Genova 2001.
La sera del mio arrivo dalla Puglia chiamo Leo e lui mi dice che quel giorno c’era stato un morto, mi sono sentito gelare il sangue e la prima cosa simile alla paura mi ha attraversato la schiena, ho pensato: questa volta fanno sul serio e siamo in pericolo.
Sono andato a casa di Leo, entrando ho incontrato Patrizia che vedevo per la prima volta. Mi è parsa subito una gran bella ragazza. La paura mi era già passata perché mi ero detto che adesso più che mai non si poteva esitare a partire per manifestare. Avevano ucciso un compagno, un ragazzo, e nessuno poteva rinunciare a urlare in faccia agli assassini che le masse non hanno paura e agiscono anche a costo di morire.
A casa di Leo si discusse se partire o no. Leo, come me, era convintissimo di sì, però lui aveva una specie di sorridente incoscienza che mi metteva inquietudine: come se non gliene fregasse, anzi come se lo eccitasse l’idea di esporsi al pericolo. È strano come il pericolo dei fascisti possa eccitare uno come Leo, specie quando ha bevuto.
Come se la possibilità della morte diventasse eroica e giocosa se vissuta in compagnia.
Uno degli amici di Leo rinunciò a venire a Genova perché si diceva turbato e disgustato, come se con l’uccisione di Carlo Giuliani si fosse « passato davvero il segno ». Quale segno?
Silvia aveva paura, si capiva che avrebbe preferito non venire, ma Leo si divertiva a provocarla ostentando spavalderia. Io argomentavo per far colpo su Patrizia – in seguito mi ha detto che sparavo un mare di cazzate – attingevo concetti da Toni Negri, parlavo di moltitudini e di ontologia delle masse che si manifestano come tali. Un vero idiota.

Al mattino c’era il ritrovo di PRC di Milano alla stazione di Porta Garibaldi. Sul treno accanto a noi c’era un gruppo di lesbiche. La loro capa era amica di Patrizia quindi noi stavamo vicini alle lesbiche nello scompartimento, anche se quelle ci ignoravano, ma c’era un clima collettivo più grande dello scompartimento.
Io per lo più ho parlato con Leonardo: a lui piaceva la lesbica più carina accanto a me.
Dopo cinque ore di viaggio, appena scesi dal treno si è capito subito che era un casino perché non c’era uno straccio di organizzazione alla stazione di Nervi. Forse si era esaurita nella mattinata, l’accoglienza organizzata, poiché era già l’una e chissà quante migliaia di persone erano atterrate lì come noi, oppure l’organizzazione c’era ma io non l’ho vista, perché mi aspettavo qualcosa di più definito e protettivo, compagni con le scritte Genova Social Forum e cose così.
Invece sembrava lo sbaraglio e a differenza di altre manifestazioni che avevo viste in precedenza, qui si avvertiva che la disorganizzazione poteva essere molto pericolosa, come infatti è stato.

Iniziammo subito a camminare dirigendoci verso Genova città. C’era il sole faceva molto caldo, era un caldo estivo che mi sembrava strano, perché non eravamo lì per andare al mare ma per manifestare la nostra idea e personalmente volevo piangere la morte di Carlo Giuliani.
Carlo Giuliani il giorno che è morto voleva andare al mare. Indossava il costume da bagno sotto i pantaloni, perché aveva deciso di andare al mare, ma quando ha visto la violenza della polizia ha deciso di restare a combattere. Così è morto.

I primi poliziotti che abbiamo visto appena arrivati a Genova erano un piccolo gruppo, verso Nervi, ci sono passati accanto senza che succedesse niente, noi non eravamo un insieme compatto identificabile, non c’erano bandiere o altro e nessuno ha gridato assassini.
Era il nostro primo impatto con la giornata che doveva attenderci, non eravamo ancora spaventati, non mi aspettavo niente di serio e pensavo che il peggio era già successo: avevano ucciso Carlo Giuliani che altro potevano fare se non starsene tranquilli e defilati?

A un certo punto però vidi tutte le innumerevoli persone davanti fare dietro-front e iniziare a correre verso di me: mi è balzato il cuore in gola e ho iniziato a correre anch’io perché nessuno mi aveva detto che non bisogna correre, l’ho sentito dire quel giorno pochi momenti dopo, ho capito che è una questione pratica, dovresti stare fermo e contrastare il panico se no è uno sfacelo, ma naturalmente se ci fosse stata una vera carica della polizia credo che ogni disarmato avrebbe avuto il diritto di darsela a gambe. Invece non c’era nessuna carica in quel momento e tutti si sono fermati presto e hanno ricominciato a marciare in avanti un po’ più nervosi di prima della corsa.

L’atmosfera parve rasserenarsi perché nel mio gruppetto nessuno aveva sentito dire che al mattino avevano già sparato i lacrimogeni per spezzare in due il corteo e che noi eravamo alla fine del secondo spezzone. Queste cose le ho capite dopo, ma in tempo reale marciavo senza pensare, avevo paura che da un momento all’altro la gente ricominciasse a correre e mi domandavo come comportarmi.

Arrivati più in centro verso Corso Italia, dai balconi delle case ci tiravano giù l’acqua per rinfrescarci, secchiate d’acqua e tutti applaudivano alle vecchiette sui balconi che apparivano come vecchie compagne partigiane. Alcune svuotavano una bottiglia riempita d’acqua sulla folla altre vere e proprie tinozze da cui l’acqua scendeva come pioggerella, ma era poca e tutti speravano di capitare sotto al lancio d’acqua fresca.

Non si capiva benissimo quali gruppi ci fossero cercavo bandiere e scritte note tipo Rifondazione invece vedevo strane bandiere colorate, una in particolare mai vista prima a strisce tutte colorate giallo rosso verde azzurro ecc. Adesso so che era la bandiera della pace inventata da Aldo Capitini, ma allora non sapevo ancora che cosa significava. C’erano quelli coi tamburi molto folcloristici che battevano ritmicamente, pareva fossero brasiliani o qualcosa di simile, comunque dell’America Latina, invece dovevano essere per lo più italiani. Mi ricordo bandiere di Rifondazione, dei Cobas, di certe federazioni della Cgil, anche se la Cgil nazionale non aveva aderito, bandiere della Fiom, sapevo che c’erano molti cattolici come i mass-media avevano detto e ripetuto ma non ricordo se riuscivo a distinguerli e le famose mani bianche di Lilliput non le ho viste.

[...]

Qualcuno ha urlato incazzato: compagni fate cordone fate cordone, io ho deciso che potevo fare cordone anche se non ero dei loro. A un certo punto si è avvicinato un ragazzo coi dredd e i pantaloni mimetici voleva oltrepassare il cordone entrare nel nostro corteo ma i capi hanno urlato compagni attenzione non fatelo entrare e tutti i compagni allora si sono messi a gridare vai via vai via chi cazzo sei sbalordito da tanta veemenza il ragazzo ha detto compagni mi lasciate da solo? ho sentito una specie di morsa dentro che contrastava la paura che quello fosse veramente un black-block e mi sono vergognato di lasciarlo lì ma non ero più io a decidere, era la collettività del gruppo del corteo di cui ero soltanto un segmento del cordone di sicurezza i cordoni di sicurezza non prendono decisioni, ma quella vergogna, in seguito mi ha fatto diventare anarchico

si vedevano le macchine distrutte i resti della battaglia sull’asfalto i bidoni incendiati le banche sfasciate puzzo di plastica sembrava una città bombardata una città bombardata me la immagino così anche se non l’ho mai vista

[...]

a Milano la manifestazione era spontanea cioè nessuno aveva organizzato a livello dei mass-media ma soltanto Radio Popolare e il passaparola tra compagni e gente che era andata a Genova o che non ci era andata ma adesso sentiva che bisognava partecipare allo sdegno di tutti contro il regime dei terroristi

urlavamo assassini assassini e levavamo il pugno io non lo avevo mai fatto così non mi ero mai sentito accomunato a persone diverse da me che con quel gesto si identificavano con la mia idea astratta e invisibile che nel suo cuore era uguale alla loro era la loro stessa idea d’amore

con Diego e Alexandra fabbricammo dei volantini con la foto del Manifesto di Giuliani morto con la pozza di sangue trasformata nel profilo dell’Italia e sotto ci mettemmo un testo anzi due perché Diego ed io non ci siamo accordati sul contenuto così io ho scritto un testo e lui un altro il mio più politico il suo più etico

quando li abbiamo fotocopiati sono entrato io nel negozio perché Diego aveva paura di venire riconosciuto il commesso a un certo punto li ha guardati e in un breve istante ha capito è come se avesse sorriso non me li ha fatti pagare come doveva me li ha per metà regalati si era unito anche lui al nostro odio

mentre attaccavamo manifestini sono passati degli sbirri in auto Alex faceva il palo abbiamo mollato il secchio con la colla dietro una colonna e ci siamo allontanati di qualche metro in direzioni separate insomma avevamo paura forse persino troppa ma non volevamo farci beccare dai poliziotti con i manifestini credo che ci avrebbero fatto un gran culo perché in quei giorni le cosiddette forze dell’ordine avevano paura anche loro e sentivano di dover manifestare il loro fascismo personale e strutturale quindi credo che se ci avessero presi ci avrebbero portati in questura e menati di sicuro

ma sinceramente in quel momento non me ne poteva fregare di meno di venire menato da un centurione fascista e se fosse dipeso da me avrei tappezzato la città di manifesti a più non posso che dicessero la verità cioè noi avevamo ragione in eterno e loro per sempre torto e mai più Giuliani sarebbe vissuto a causa del loro torto ma la nostra ragione lo avrebbe fatto sopravvivere in eterno più idealmente vivo di quanto quegli assassini non sono stati mai

ma queste son parole e non ho mai sentito che un cuore un cuore affranto si cura con l’udito
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Fuori e dentro la Zona Rossa, da spettatore di Giovanni

Ho vissuto il G8 da spettatore. In quei giorni lavoravo ad Arenzano vivendo dove ho quasi sempre vissuto nel centro di Genova, proprio ai margini dell’area che allora fu brutalmente cintata da barriere metalliche e denominata “Zona Rossa”. Non partecipai attivamente anche perché, oltre ad avere da lavorare, certamente non posso definirmi “no global”. Credo piuttosto che la globalizzazione sia una risorsa per l’umanità e la dimostrazione del buon senso dell’internazionalismo, ma questo è un altro discorso. Così come sarebbe un altro discorso valutare il senso, agli albori di un nuovo millennio, di un pianeta governato ancora da chi vinse la Seconda Guerra Mondiale.
Ho comunque molti ricordi di quei giorni, sia perché avevo amici che parteciparono a cortei, sia perché altri, come me, vivevano in prossimità di zone dove sono avvenuti eventi significativi.
Il primo corteo, quello dei migranti, passò proprio davanti al portone del condominio dove abito. A causa della chiusura al traffico della zona, mi trovavo a lavorare da casa e vidi passare il corteo guardando la strada dal mio giardino, e poi scesi anche brevemente per recarmi davanti al portone. Considerando i timori diffusi in quei giorni per il G8, rimasi molto confortato dallo spirito gioioso di quel corteo multietnico. Non si verificò alcun incidente, e nulla si poteva immaginare di quello che sarebbe successo.
In qualità di spettatore collocato geograficamente all’interno di quegli eventi, ricordo anche nitidamente PrimoCanale, un’emittente locale che fino ad allora rappresentava solo una delle alternative appena dignitose al classico TG3 regionale. Nei giorni del G8 fornirono una cronaca costante di quei fatti, e ricordo la bravura di Ilaria Cavo (nome ripescato onestamente grazie a Wikipedia… http://it.wikipedia.org/wiki/Ilaria_Cavo) che in seguito meritò ampiamente di passare in Rai.
Dopo il pacifico e festoso corteo dei migranti, iniziò il weekend delle tragedie. La Zona Rossa venne estesa a coprire anche il mio quartiere, e mi trovai ormai impossibilitato a lavorare fuori casa. Un mio amico abitava proprio in una delle zone con scontri tra manifestanti, “black bloc” e forze dell’ordine, e ricordo una concitata telefonata al cellulare con lo sfondo di sirene, colpi e grida. Venni a conoscenza di un amico con un occhio tumefatto dalle forze dell’ordine, di amici di mia madre picchiati nel mucchio dalle forze dell’ordine, e molte scene alla televisione che mostravano una situazione al limite della guerra civile. La tristezza, ancor più della rabbia data la mia posizione di spettatore, mi avvolse nel vedere le scene di Bolzaneto e della Diaz alla televisione. Un po’ di rabbia affiorò in una delle poche scene viste senza “media”, con i miei occhi, le forze dell’ordine in festa alla Fiera di Genova ai margini di scontri alla Foce. Inveivano contro quell’atteggiamento con dei “vergogna! vergogna!” persino distinte signore affacciate dagli eleganti palazzi con la vista su quelle scene.
Quei giorni si conclusero lasciandomi l’amaro in bocca, pensando alla disorganizzazione ingenua dei manifestanti che non avevano servizio d’ordine, pensando allo sporco ruolo dei “black bloc”, pensando alla pochezza umana e alla furia organizzata delle forze dell’ordine. E tutto ciò, naturalmente, porta a guardare più in alto e a fare considerazioni di maggior portata. Ma qui si esce dal ricordo e si entra nell’analisi, e non solo chi c’era ha ormai molti strumenti per formarsi un’opinione.

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Il cielo è grigio sopra la lanterna ferita, di NotOurWorld

20 luglio 2001.

A Savona il sole è caldo. Diciotto anni, fresco di patente, ultima estate prima della maturità.

Mare, spiaggia, una partita a beach volley, una a cirulla. Un bagno rinfrescante in un mare ancora limpido e non invaso dai mostri da crociera.

A quaranta chilometri dal paradiso, mezz’ora di macchina, l’inferno.

“Hanno caricato un gruppo frati”, “hanno distrutto banche e negozi”, “fanno saltare in aria le macchina”, “picchiano nel mucchio”.

“Ma chi?”

“Black block contro polizia”

“E chi cazzo sono i black block?”

In quei giorni chi si stava affacciando nel mondo ha imparato un po’ di cose: no global e black block, le cariche della polizia, i lacrimogeni e i limoni come protezione. Tutto visto da lì, da mezz’ora di macchina di distanza. L’orizzonte sulla costa, da Albisola, non era diverso dal solito. Eppure non si poteva andare oltre Genova Voltri.

“Mi hanno annullato un esame”

“E ora?”

“Mi laureerò a dicembre e non a settembre. Ma c’è un bordello incredibile laggiù, avrei paura ad andarci”

La sera, a tavola, papà era incredulo. Lui, vent’anni negli anni ’70, mamma pure. Manifestazioni e botte da orbi, allora: ma c’erano i buoni e c’erano i cattivi, si distinguevano, era facile anche riconoscere chi tra i buoni era in realtà cattivo.

“Meglio star lontani da Genova”

“Neanche ai nostri tempi una roba simile, ed erano gli anni di piombo”

 

21 luglio 2001.

Montecarlo. Una gara di atletica, tanti campioni, cielo terso. L’inferno è lontano quasi duecento chilometri. Non c’è traccia, se non nelle notizie che arrivano da casa. Botte, ancora botte e cariche. Piazzale Kennedy è una trincea.

“Hanno chiuso il centro storico per controllarli meglio”. Lì tra il mare e la Val Bisagno: strade con poche vie d’uscita, larghe, squadrate, senza scappatoie.

“Ma non puoi caricare i frati”

“Ma allora è vero?”

“Così pare”

Bubka, il campionissimo, al salto con l’asta. La tribuna applaude, lo stadio è caldo, l’atmosfera di festa.

“Cosa? A Bolzaneto…”

Periferia della città, Val Polcevera. Una caserma, decine di fermati. Il passaparola corre più della stampa: tutti hanno un amico, parente o vicino di casa in quelle strade. E siamo lontani dall’era Twitter: basta un cellulare o qualche gettone.

I cento metri uomini, il momento più atteso. Maurice Greene, campione olimpico, record del mondo: l’uomo più veloce sulla terra. Ai vostri posti, pronti, sparo. Uno sparo. Un colpo di pistola.

“È morto un ragazzo di vent’anni”

“Cosa?”

“Sì, in cima a Corso Torino”

“E come?”

“Un carabiniere…aveva vent’anni”

“Il ragazzo?”

“Anche il militare”

Il cielo di Montecarlo è illuminato dai fuochi d’artificio.

 

22 luglio 2001.

È l’ultimo giorno.

“Ad Albaro hanno massacrato dei manifestanti nella notte”

Il cielo è grigio sopra la Lanterna ferita.

Originariamente pubblicato su NotOurWorld

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per non Dimenticare e Non dimentiCARLO di Lia

Nel 2001 avevo 11 anni, ho partecipato a molte manifestazioni da piccola…ero a Milano nel 1994, l’esperienza piu traumatica della mia vita,(ricordo ancora un amico di mio padre urlare” ho imbraccio una bambina Bastardi!” ).
ma quel anno no, non siamo andati, la mia sorellina era appena nata, e mio padre aveva già fiutato nel aria, che sarebbe stata una brutta idea.
ho seguito tuto dalla Tv: le botte, Calo, la Diaz e tutta la sera a risuonato Radio popolare in casa mia.

l’utimo anno di superiori decisi di portare il G8 di Genova come tesina, la la mia scuola, non voleva,Fatti troppo attuali,Dicevano…
Mi sono documentata tantissimo sui fatti di Genova, sono stata in Piazza Carlo Giuliani,ragazzo.
eppure la mia scuola e la commisione non mollava.

è ho paura, TANTA Paura, quando tirovandomi a parlare con ragazzi della mia età mi rendo conto che non sanno niente di Genova, comè se tutto questo non fosse accaduto.

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Parabole di Mattia Della Rocca

[dalla rubrica di divulgazione scientifica "...and science for all", per il Nuovo Paese Sera, edizione online del 21/07/2011]

Ieri, come Google ha fatto scoprire a buona parte degli italiani, si è celebrato il 189° anniversario della nascita del biologo Gregor Mendel, padre delle leggi sull’ereditarietà dei caratteri che portano il suo nome, e illustre “nonno” della genetica (no, non fu un noto produttore di piselli. Anche se so che qualcuno l’ha pensato, eccome se lo so). La conseguenza naturale avrebbe dovuto essere un bel pezzo sulla sua vita, la vita di un uomo che ha saputo dare così tanto alla scienza partendo da un materiale d’indagine così riduttivo, ammettiamolo, come i piselli.
Piselli. Sempre ieri, proprio mentre pensavo a cosa scrivere, uno dei ragazzi disabili che assisto mi ha tenuto un’ora a parlare dei piselli. Glieli avevano propinati a mensa, ma a lui non piacciono. Come non gli piacciono le carote, gli spinaci, la lattuga, la cicoria, i pomodori e i peperoni. Teme le fonti di vitamine come il sole un vampiro, a giudicare da quello che mi racconta. «Ma come non ti piacciono i piselli!» ho ribattuto, «lo sai che volevo scrivere un articolo per il giornale proprio sui piselli?»«Mi fanno schifo» ha risposto, lapidario come pochi.I ragazzi disabili che seguo sono sempre molto interessati alle mie spiegazioni su come funziona questo o quello, e vanno in estasi quando svelo loro qualche trucchetto Jedi sul funzionamento della natura, o sulle origini di qualche specie. Per questo ci tenevo a coinvolgerlo, a scrivere qualcosa dopo aver parlato con lui. Così ho insistito.«E cosa ti piace allora?»«La torta Sacher, le patatine e i würstel», ha risposto, lasciando che la mia mente fosse assalita dall’immagine di un pagliaccio di nome Ronald intento a sogghignare in un sontuoso grattacielo negli Stati Uniti d’America.«Sì, vabbe’, ma poi? Che cos’altro ti piace?»«Mi piacciono le pistole». Ecco.
Non si offenda, Padre Mendel. E non pensi neanche che la biologia, la genetica, non siano più argomenti rilevanti per il progresso del genere umano. È che qualche “variazione del fenotipo” (vale a dire i cambiamenti che avvengono nella manifestazione della forma fisica di un organismo, proprio come Mendel studiava i caratteri dei piselli attraverso le generazioni) della nostra specie ha prodotto un sacco di guai. Al giorno d’oggi, l’autorevolezza si guadagna con le armi da fuoco. Nelle guerre, nelle piazze, nelle strade, nelle televisioni. Senza mostrare almeno una Beretta, non si possono fare telefilm di qualità, neanche più musica di qualità. La coscienza collettiva ha scordato Marvin Gaye per far posto a 50 Cent. Di questi tempi, purtroppo alla gente non interessa molto il suo anniversario, Padre Mendel, e personalmente, me ne dispiaccio.Come mi dispiaccio del fatto che tante persone abbiano scordato anche un altro anniversario, proprio ieri. E non hanno neanche la scusa della scienza che li annoia. Perché quest’ultima è proprio una storia di pistole. E la si può raccontare forse, un po’ come si racconta la scienza. Anche se fa un po’ male al cuore.
C’è un ramo della fisica meccanica che dalla sua fondazione studia un solo, particolare fenomeno. Questo fenomeno è il movimento nello spazio di un corpo che non subisca ulteriori sollecitazioni impulsive dopo quella che ne ha determinato l’inizio del moto. Tale corpo – scusate, ma adoro il vecchio trucco alla Alberto Angela di dare una prima definizione tecnica per poi rivelare un concetto assolutamente banale – viene chiamato proiettile, e questa scienza prende il nome di balistica. Le tante fiction sui ranger del Texas, la scientifica di Miami, i marine di New York, la omicidi di Boston e l’antiterrorismo della Ciociaria vi avranno sicuramente già portato a sentire questi nomi. Quello che probabilmente non sapete è che la balistica è divenuta, col tempo, una scienza molto complessa e articolata. Anche se in televisione non lo dicono, la balistica al giorno d’oggi è divisa in quattro branche principali: balistica interna (che studia il comportamento del proiettile al momento in cui il grilletto viene premuto), intermedia (che si occupa del proiettile nella canna), esterna (quella che oggi ci interessa, e che studia il moto del proiettile una volta che è stato lanciato) e quella terminale (che si occupa del contatto tra proiettile e bersaglio. Il che, tristemente, coincide quasi sempre con la morte di qualcuno).
Come ho annunciato, per raccontare la nostra storia occorre parlare della balistica esterna. Quella che analizza il moto del proiettile quando è fuori della canna, e sta per andare a colpire l’obiettivo. In questa storiaccia, la canna – quella di una pistola, intendo, ché se fosse una canna di qualcos’altro o di qualcun altro, sarebbe stata tutta un’altra storia – la tiene in mano un ragazzo di vent’anni, o almeno così dicono. L’obiettivo invece, pure lui, è un ragazzo di vent’anni, un altro. Di lui siamo sicuri.
Un proiettile sparato nell’aria, per quanto autoritaria sia la mano che ne ordini l’esplosione, è soggetto a delle leggi uguali per tutti. L’attrito viscoso, per esempio, cioè quella forza che si oppone al moto di due corpi quando le loro superfici vengono in contatto. Un proiettile, a contatto con i gas dell’atmosfera, disperde l’energia del suo movimento – energia cinetica – in calore – energia termica – e questo riduce il rendimento del suo moto. Sparato in un ipotetico vuoto, il nostro proiettile proseguirebbe il suo cammino per sempre, sempre alla stessa velocità, e non modificando mai la sua traiettoria iniziale. Nella nostra realtà quotidiana, invece, l’aria lo frena, lo fa decelerare, gli fa perdere potenza. E qui entra in gioco, pesantemente, la più importante delle leggi, almeno per il ruolo che ha saputo giocare nella scienza moderna. La gravità. O almeno, la gravità per come la elaborò nel 1687 Isaac Newton. Più recentemente, Einstein ci mise le mani all’interno della sua ristrutturazione della fisica, ma nella “fisica di ogni giorno” la gravità newtoniana si lascia applicare in maniera eccellente, e altrettanto eccellentemente funziona. La legge di gravitazione universale afferma che due corpi dotati di massa si attraggono reciprocamente: il piombo ha massa, il pianeta Terra ha massa e di conseguenza, che lo si voglia o meno, i proiettili tendono a cadere al suolo. E lo fanno, pensate un po’, in maniera calcolabile, analizzabile, prevedibile. La cosa potrà forse sembrare triviale ai fan più accaniti di C.S.I.: eppure, bisognerebbe sempre ricordare che senza Galileo Galilei e Isaac Newton, nessun Horatio avrebbe mai potuto mai recitare le proprie battute in prima serata.

Visto l’effetto della gravità un proiettile, dicevamo, tende ad andare verso terra. Dal momento dell’esplosione, la forza impulsiva fornitagli dalla detonazione della polvere da sparo inizia a decrescere – per effetto dell’attrito viscoso, come abbiamo visto – e non riesce più a contrastare la forza di gravità. Inizia la caduta, o l’atterraggio, il vero problema, come disse qualcuno.La sua traiettoria disegna sull’asse verticale una parabola. E questo vale per il colpo di una semiautomatica, per un sasso lanciato contro un carrarmato a Gaza, per ognuno dei piselli marci che magari Mendel nel suo laboratorio ha scaraventato a terra. Alla gravità non si sfugge. Certo, sull’asse orizzontale le cose possono andare diversamente. Può esserci un colpo di vento, che devii il moto del proiettile di qualche millimetro, di qualche centimetro, di qualche metro. Molto dipende dalla massa del proiettile, dal materiale di cui è composto, dalle sue proprietà. Ma nella nostra storiaccia, il proiettile è quello di una pistola, una comunissima pistola. Per modificare così tanto la traiettoria di un suo colpo, ci vuole ben più di un colpo di vento. I colpi di pistola, d’altra parte, sono fatti per andare a segno. Proprio la balistica ha insegnato ai costruttori d’armi le dritte migliori, per raggiungere questo obiettivo.Quando si spara in aria, il colpo deve andare in aria. Quando si spara ad altezza uomo, il colpo deve entrare in un uomo.Punto.
La storia che racconto è successa dieci anni fa, ma se chiudo gli occhi, mi pare di rivedermela davanti. Un ragazzo di vent’anni con in mano una pistola, è dentro a una camionetta delle forze dell’ordine. Un altro ragazzo di vent’anni, davanti al primo, tiene in mano un estintore. Possono entrambi lanciare un proiettile, dice la balistica. Uno avvalendosi della forza della polvere da sparo, l’altro di quella delle sue stesse braccia. Ne risulterebbero parabole differenti, molto differenti. Soprattutto perché quell’estintore, se anche riuscisse a essere lanciato con una forza pari a un decimo di quella offerta dall’esplosione dell’arma da fuoco, con la stessa precisione di tiro di un’arma da fuoco, probabilmente non riuscirebbe a entrare nella piccola e alta finestra blindata del Defender, né tantomeno a uccidere chi si trovava al suo interno. Come prima, come sempre, non si sfugge alla gravità. In ogni caso, l’estintore non disegna nessuna parabola visibile. Cade a terra, in verticale. Cade anche il ragazzo che lo teneva in mano. E questa è la conseguenza di un’altra parabola inespressa. Perché il proiettile del primo ragazzo, quello uscito dalla canna di una pistola, ha raggiunto il suo obiettivo prima che la forza di gravità lo riducesse a un pezzo di piombo a terra, inerte. Il proiettile l’ha centrato in pieno.
Uno dei grandi punti di forza della scienza, lungo il corso della sua storia, è stata la capacità di creare modelli e metodi d’indagine che potessero descrivere le dinamiche dell’invisibile, dell’irripetibile. Pensate alle teorie sul Big Bang, alle differenti ipotesi sul comportamento del mondo fisico a livello quantistico. Nessuno ha mai “visto” questi fenomeni. Eppure, sappiamo che avvengono, o che sono avvenuti; lo sappiamo perché le nostre ipotesi, fino a prova contraria (o meglio, fino a falsificazione, come insegna il buon vecchio Popper) sono considerabili come valide, se in accordo con i principi del metodo scientifico. Uno di questi, è la riproducibilità. Se altri scienziati possono ripetere un mio esperimento, e raggiungono i miei stessi risultati, la mia ipotesi si “fortifica”, per così dire. Certi avvenimenti però, certe brutte storie, non possono essere ripetute.
E se anche si potesse, fa male persino riviverle nei ricordi, figuriamoci assistere di nuovo a esse.

Teoricamente, anche se nessuno ha mai visto alcun “oggetto contundente” deviare il colpo che “sparato in aria” ha ucciso Carlo Giuliani, questa è una possibilità, secondo la balistica. Addirittura, rientrando nel novero delle possibilità, questa è la verità secondo alcuni. Anche se contraddice il senso comune, la perizia della famiglia Giuliani, le testimonianze di chi quel giorno e a quell’ora era in Piazza Alimonda.
Forse si sarebbe potuto, si sarebbe dovuto, all’epoca di Supporto Legale e delle grandi cause per i fatti di Genova 2001, raccontare la scienza per cercare di comprendere tutti insieme la verità. Parlare di balistica, e di meccanica, e di cinematica davanti all’omicidio di Carlo, per dimostrare che non c’era nessun sasso. Parlare di psicologia sociale, di obbedienza e di conformismo, per tentare di capire come centinaia di persone abbiano prima massacrato i manifestanti inermi della scuola Diaz e dopo negato a oltranza le infamie commesse. Parlare di genetica e di biologia – sì, anche per quello manifestavamo, Padre Mendel, perché la speculazione degli OGM non devastasse il pianeta, modificando e brevettando le specie vegetali. Magari anche i piselli – per comunicare cosa si nascose dietro quel G8.

Avremmo dovuto raccontare la scienza in quei giorni, forse.
Forse ci avrebbe aiutato – come un po’ aiuta me, ora – a non sentirci così male, dopo questi dieci anni di ingiustizia.

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10 di Chiara

Ricordo gli specchi sulla zona rossa, la festa, i colori, la musica, i fischietti colorati, il teatro in piazza Carignano.
Ci siamo divertiti quella mattina.

Ricordo gli elicotteri, il fumo acre, i lacrimogeni, le sirene, la folla spaventata, i vetri rotti. Avevo paura.
G. tienimi la mano, non lasciarmi andare.
C’è voluto del tempo, tanto, per assorbire la paura.

Vorrei rivedere le foto che ho scattato in quei giorni. Pellicola, bianco e nero, pensa te! Ma sono in Italia.

Oggi ho trent’anni.
Sarà banale, ma mi sembra incredibile che ne siano passati 10.
La metà, l’ho vissuta all’estero.
In questi giorni sto facendo tante riflessioni su quello che sono ora io, le persone che erano con me in quei giorni, quello che è successo, cosa abbiamo fatto dopo, quello che siamo diventati.
Il mio “impegno” è cominciato lì, le più care amiche erano lì con me.
Ho una foto appesa al muro della casa dove ora vivo. È una foto di noi tre, quell’estate dopo il G8 in Grecia, dove non si è parlato d’altro. È una foto che mi sono sempre portata con me in giro per il mondo, in questi anni.
In questi giorni vi sto chiamando un po’ tutte, amiche mie, per ricordare.

Quando l’anno scorso nel paese dove viviamo ora c’è stata la rivoluzione, io ed il mio fidanzato abbiamo pensato che la stessa paura l’avevamo provata solo a Genova, quell’estate. Strano come i ricordi tornino vividi a distanza di anni.

Io mi ritengo fortunata. Mentre l’altro giorno mia madre mi ricordava di come l’avevo fatta spaventare, io ho pensato che alla fine in questi anni ho fatto quello che ho voluto, forse grazie anche a quella forza che è nata in quei giorni. Nel luglio del 2001 avevo degli ideali, dei sogni e delle aspirazioni che in parte si sono concretizzati.
Ho trovato un bel pò di quello che volevo.
Ho ancora un cesto stracolmo di sogni, idee, cose fare, posti da vedere, cibi da assaggiare, persone da conoscere, cose e lingue da imparare…ma le tengo per il prossimo decennio.

Society, have mercy on me.
I hope you’re not angry, if I disagree.

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Troppo reale per essere vero di Ailender

Ho deciso di andare a Genova il sabato, dopo l’uccisione di Carlo Giuliani. Molti fra parenti e amici me lo sconsigliavano, il clima era da guerriglia e poteva succedere di tutto. Avevano ragione. Ma sono partito lo stesso. Anzi, mi sono detto che dopo la morte di Carlo aveva ancor più senso essserci e manifestare il mio dissenso, con rabbia ma con fermezza, opponendo alla violenza la determinazione della presenza.
Sono partito da Milano con un treno organizzato da Rifondazione, benché io non sia un militante politico. Volevo arrivare a Genova all’interno di un gruppo organizzato, mi sembrava il minimo di sicurezza richiesto dopo i fatti del venerdì. Credo però nella Politica nel suo senso originario, come luogo nel quale si partecipa con responsabilità e senso del dovere al bene comune.
La giornata di sabato è cominciata in modo festoso: la colonna partita dalla stazione di Brignole era colorata, danzante, multiforme. C’erano persone di tutte le età e di tutte le appartenenze, anziani e famiglie con bambini, studenti e disabili in carrozzina, militanti e gente comune. C’erano tutti i presupposti affinché sabato fosse una giornata diversa, dopo le follie omicide del venerdì. Ma non fu così. All’altezza di corso Italia, i cosiddetti Black Block sono scappati dalle Forze dell’Ordine cercando di infiltrarsi nel corteo pacifico. Le forze dell’ordine non hanno fatto nulla per impedirlo, anzi. Hanno aspettato che si mescolassero a noi per iniziare a caricare anche noi che non c’entravamo nulla, sparando una quantità incredibile di lacrimogeni. Qualcuno del corteo ha cercato di isolare e cacciare i Black, ma era ormai troppo tardi. Il corteo pacifico è stato spezzato letteralmente in due dalle cariche e dai lacrimogeni. Il panico si è diffuso istantaneamente, lo spezzone in cui mi trovavo ha iniziato a indietreggiare di corsa, scompostamente, vecchi e bambini, suore e militanti… Raggiunta una certa distanza dagli scontri, le Forze dell’ordine ci hanno lasciati stare. Abbiamo scoperto solo dopo che si era svolta una vera e propria battaglia con l’altra metà del corteo, la testa.
Ricordo la paura, la rabbia per una follia che non aveva nulla a che fare con lo spirito del nostro corteo, l’odore acre dei lacrimogeni, gli occhi e la gola che bruciavano, la voglia di farci coraggio e aiutarci, anche fra sconosciuti, in quel momento terribile, sorta spontaneamente.
Solo a sera inoltrata siamo riusciti ad arrivare alla stazione di Principe. Le realtà organizzate avevano messo in piedi un servizio di sicurezza ferreo, chiudevamo il corteo ai due lati tenendoci per mano, per evitare infiltrazioni anche allora e, dunque, nuovi folli e sanguinosi scontri. Ai lati del corteo, migliaia di poliziotti e carabinieri in assetto anti-sommossa ci fissavano. All’inizio il corteo si è mosso in un silenzio surreale e raggelante, camminando dentro una specie di canalone formato da centinaia di container.
A un certo punto allcuni del corteo hanno iniziato a gridare “ASSASSINI! ASSASSINI”. Comprensibile. La rabbia per le cariche su gente pacifica e inerme, la sensazione netta di un piano premeditato per trasformare il dissenso democratico dei molti nella follia di pochi violenti e condannare così in toto un intero movimento di legittime rivendicazioni, la morte di Carlo… Ma io non ho gridato. Non ce l’ho fatta. Gli assassini non erano lì, quella sera, in tenuta anti-sommossa, ai lati della strada che ci riconduceva finalmente a casa. I veri assassini erano ai posti di comando, in Parlamento, in uffici protetti e con aria condizionata, nascosti dietro radio e cellulari, in giacca e cravatta.
Nei giorni successivi ho seguito gli sviluppi del G8 di Genova con una morbosità quasi ossessiva. Leggevo tutto quello che usciva, partecipavo a incontri e seminari, compravo videodocumentare, saccheggiavo la rete. Non poteva finire così, molte cose erano da chiarire, dai responsabili della mattanza (anche mediatica) alla necessaria autocritica su alcune modalità con cui il Movimento aveva organizzato la partecipazione.
Quello che mi rimane oggi è una certezza: occorre ancora ricercare la verità, a tutti i livelli. Molte cose in questi anni sono state chiarite e anche acquisite agli atti giudiziari, ma manca giustizia, giustizia non è ancora stata fatta. E finché giustizia non sarà fatta, Genova continuerà a interrogarmi.
Ed è cresciuta la voglia di esserci e di partecipare, di tenere alta la guardia, di cercare strade in cui fare sentire la mia voce e quella di coloro che a Genova avrebbero voluto esserci, ma non sono potuti andare. Ho cambiato lavoro, mi sono buttato nel volontariato, ho iniziato a occuparmi di cooperazione internazionale e diritto all’istruzione. Una piccola goccia nel mare, ma una goccia in cui credo fermamente e cui dedico le mie migliori energie. Soprattutto ora che sono padre di uno splendido bambino di 3 anni e mezzo.

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elicotteri di milashu

pur non avendo subito come tanti altri le angherie della polizia e non avendo partecipato agli scontri più violenti ero li, sotto il sole cocente, chilometri di strada macinati sotto i piedi e continue fughe per scappare dalle cariche della polizia, dai lacrimogini urticanti, da reazioni di una violenza inaudita. e poi momenti di silenzio, di vuoto, di tristezza per la morte di carlo, stanchezza, mille domande nella testa, sconforto, rabbia e dolore. Intorno polizia ovunque…dal mare, dalle case, dagli alberi, ma soprattutto dal cielo, in quei maledetti elicotteri che non hanno smesso un secondo di girare….tatatatatatatatatatatatatattatatatatata, quel rumore maledetto, ogni tanto ritorna nei miei incubi e mi sveglio di colpo con quel rumore nelle orecchie.

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Io ero troooopooo lontano di Franco Bocca Gelsi

Io invece non ‘c ‘ero, a quell’epoca avevo mia figlia piccola ed ero in vacanza con lei, in un posto meraviglioso, dove il tempo scorreva lento all’ombra del sole.
Avevo molti amici che si accingevano ad andare ed ero anche stato tentato di sganciarmi un paio di giorni per raggiungerli nella mia amata Genova, terra natia. Avrei voluto partecipare a quella che doveva essere” la manifestazione” dell’anno, la prima del nuovo millennio, quella che doveva lasciare il segno contro un apparato che militarizzava la città, ma la mia compagna non voleva restare sola con nostra figlia ed era anche spaventata, così rinunciai. Sindaco di Genova ero lo zio di mia cognata e sapevo per interposta persona delle sue preoccupazioni per l’inadeguatezza della città dal punto di vista della sicurezza e delle misure prese per porsi come cuscinetto tra il governo e la piazza. Avevo seguito tutti i preparativi andando all’internet point tutti i giorni precedenti e compravo gli unici due giornali che raggiungevano l’isola, Corriere e Repubblica. E avevo sentito gli amici, pronti per partire e gli avevo detto “vorrei essere li con voi”, da li a poco mi avrebbero risposto ironicamente assediati dal fumo e dalla polizia “vorremmo essere noi li con te credimi”! Poi tutto inizia, con porto, aeroporto e stazioni ferroviarie chiuse, i missili terra aria, le inferiate incostituzionali, il clima di guerriglia da derby, Casarini e le tute bianche con le imbottiture, surreale. I primi scontri, le molotov gli spari in aria, le cariche forsennate e ingiustificatamente violente I black block esistono? Non esistono? Quanti sono? E poi Piazza Alimonda e la tragedia, con la notizia che corre veloce e arriva fino a Formentera sulle prime pagine di tutti i giornali, è l’orrore… Non ci sono parole, solo rabbia. E la faccio vedere a mia figlia quella foto, con il sangue che zampilla a fontanella dalla testa, a mia figlia che ha solo 7 anni, e ancora oggi so che non dovevo farlo, e le dico “guarda e ricorda per sempre, questo è quello che fanno a chi protesta, questa è la misura di chi ci vuole comandare”. Perché voglio che un giorno lei sia libera di dire e di criticare e di protestare, anche con forza, senza correre il rischio di essere sparata su un qualsiasi cazzo di marciapiede di una qualsiasi città, e perché voglio che sfugga alla retorica di chi dice che “se l’è cercata”, e che non ci doveva stare li con un estintore in mano… qualcuno che non è mai stato in una manifestazione attorniato da cellerini e carabinieri e non sa che chi deve garantire l’ordine sono proprio loro che invece perso il controllo non sanno fare altro che asserragliarsi e “sparare”! Poi è ora di andare al mare, l’isola e piena di gente in vacanza, lontana… chi solo geograficamente come me, chi anche con la testa e con il cuore… il mare è fresco e un bel bagno lava via per un po’ la tristezza e la rabbia, domani ricomincerà tutto, ci sarà la Diaz e poi Bolzaneto, e il mio rigurgito si farà più forte di prima, perché non c’è pace e mai ci sarà fino a che giustizia non sarò fatta. Ma oggi a distanza di 10 anni tutti i responsabili principali sono strati premiati e, se si esclude la sentenza su Bolzaneto addirittura ribaltata, si deve dire che malgrado lo sforzo civile e della magistratura sia stato imponente ancora molto resta da fare. Teste rotte dimenticate, non abbiamo alternativa, questo è un paese che annacqua tutto, e se anche un giorno sul piano giudiziario le cose dovessero venir sistemate, il giudizio politico non cambierò, ne il loro, ne il nostro.

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Avevo le treccine a Genova di Micol

Io a Genova ci sono finita per caso. Era estate, avevo finito la prima sessione di esami all’università e non potevo rifiutare l’invito di Brizio, fratello maggiore, che mi proponeva di prendere un treno e andare a manifestare per un mondo più equo e giusto contro la politica imposta dai più forti. Del resto ero cresciuta con quei valori e proprio loro mi stavano guidando nella vita, come avrei potuto rifiutare!
All’epoca non avevo ancora vent’anni. I lunghi capelli castani li avevo sistemati in treccine, da sola mi ero fatta duecento treccine per sconfiggere il caldo napoletano. Così, senza sapere cosa avrebbe significato, son salita su quel treno per Genova. Per me Genova era una riconciliazione con quel Faber che amavo da tempo. Era una gita per una ragione giusta. Una manifestazione alla quale credevo. Un modo per cercare di riconquistare quello che quei G8 ci avevano tolto da tempo. Era l’incoscienza, la speranza, la gioia. Era un ideale, una convinzione, un modo di essere. Genova era l’energia della gioventù. Genova non era l’indifferenza.
Io non ci ho capito davvero nulla. Il secondo giorno ci siamo messi in fila per uscire in modo ordinato dal Carlini, lo stadio di Genova, ma avanzavamo a rilento, lentissimi. Ai lati del corteo passavano degli strani individui vestiti di nero che poi ho scoperto essere i black block. Chi manifestava inveiva contro di loro, la polizia non so cosa facesse, forse li ignorava impegnata a picchiare qualche pacifista. All’improvviso bboum, è finito tutto e in men che non si dica ci siamo ritrovati bloccati al Carlini. Era morto qualcuno, eravamo dovuti rientrare. L’elicottero sorvolava lo stadio pieno di gente. Si vociferava che la polizia sarebbe entrata a fare piazza pulita ma per fortuna non entrò nessuno, almeno non al Carlini. Come era ovvio che fosse, non si capiva nulla. Qualcuno era morto ma non si capiva chi fosse né perché. È cominciato tutto così.
Da Genova credo che siano cambiate tante cose, anche in me. La rilassatezza e la poesia con cui osservavo il mondo è venuta meno. I diritti umani, la solidarietà tra i popoli, la cooperazione, l’umanità sono state offuscate dalla violenza del potere e dei manganelli e la società civile è stata profondamente ferita. Faccio ancora fatica a leggere le testimonianze, a vedere i documentari e a ricostruire la mia Genova. Non ho mai vissuto tanta violenza ingiustificata tutta insieme.
Il giorno dopo la morte di Carlo Giuliani ho corso per tutto il giorno per scampare ai lacrimogeni e alla violenza di quegli animali pagati dal mio Stato per colpire ferocemente qualcuno che non conoscono nemmeno. Non posso considerarli degli esseri umani degni di rispetto. Avevo l’incubo di finire nelle loro grinfie e ogni volta che una camionetta si fermava e scendevano quei punti neri armati di tutto punto, anche dell’odio, scappavo, correvo. Ma eravamo in tanti a correre e a farci forza gli uno con gli altri. Noi credevamo in quello che stavamo facendo ed eravamo solidali. Uno dei miei ricordi più belli è la gente di Genova, che con gli idranti ci rinfrescava dall’alto dei balconi, ci guidava per indicarci le strade più sicure da percorrere, ci distribuiva da mangiare, acqua e succo di frutta per rifocillarci, ci proteggeva e ci dava fiducia perché aveva voluto capire chi fossimo pur non conoscendoci. Non ci fu nemmeno il tempo di avere paura. O di capire. Si doveva solo correre.
A distanza di tempo, mi rendo conto che quei giorni rappresentano una ferita che mi porto ancora dietro. Non riesco più a guardare un poliziotto con occhi normali. Carlo aveva ventitré anni. Volevamo solo un mondo più giusto. Un’utopia, esattamente è assurdo tutto quello che è successo.

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piazza manin di s.

QUANDO I CELERINI SI SONO ARRESI
DAVIDE FERRARIO
Fonte: Manifesto 2 agosto 2001

Venerdì 20 luglio ore 15,30 circa, Genova, Piazza Marsala. Il corteo dei pacifisti sta assediando la zona rossa. C’è stato qualche momento di tensione e una carica della polizia con lancio di lacrimogeni. Ma la folla non si è dispersa e i manifestanti cominciano a riaffacciarsi sulla piazza. I poliziotti si sono attestati un centinaio di metri indietro.
Il megafono gracchia l’annuncio regolamentare (l’unico che mi ricordi di aver sentito in 48 ore di scontri): “Sgombrate la piazza”. C’è un momento di perplessità, poi qualcuno avanza a mani alzate. Con grande coraggio un paio dei leader pacifisti vanno verso i poliziotti e sfilano davanti a loro con le braccia ben sollevate. Gli altri, qualche centinaio, si siedono a terra. Una donna si sdraia davanti a una camionetta. Altri, molti altri seguono il loro esempio. Parte un unico coro, non minaccioso: “Via il casco, via il casco”.
I poliziotti sono visibilmente presi in contropiede. Sembrano quasi essere contenti di essere oggetto del lancio di una bottiglia piena d’acqua, ma il lanciatore viene subito neutralizzato dai suoi compagni. Si sente fisicamente la tensione smontare di fronte alla reazione pacifica della piazza. Quando il primo poliziotto si toglie il casco, scrollando la testa rassegnato, è un’ovazione. Presto anche gli altri lo imitano. Segue una scena che avevo visto solo in qualche film sugli scioperi delle mondine, quando i soldati si rifiutano di sparare sui manifestanti.
I poliziotti – che senza la mascheratura del casco sono tornati a essere uomini, spesso molto giovani – sono coperti di abbracci e di offerte di acqua e focaccia. “Perchè ci picchiate? Siamo dalla vostra parte!” dicono i ragazzi. Il graduato comincia a lamentarsi del costo della vita. “Sapete quanto costa una confezione di latte in polvere?”, protesta. Chiudendo inconsapevolmente e paradossalmente il circolo visioso sulla globalizzazione iniziato con il boicottaggio della Nestlè… Mezz’ora dopo arriveranno i Black bloc e ricominceranno a parlare, indiscriminatamente, i manganelli.
Non molti, sotto il diluvio di immagini dure provenienti da Genova, hanno prestato attenzione a questo episodio. Che è in realtà uno dei pochi in cui la piazza intorno alla zona rossa è stata davvero “conquistata”. Lo ricordo qui, come testimone diretto, per raccogliere l’invito a cominciare a pensare al “dopo Genova” dal punto di vista delle tattiche di disobbedienza.
Non sono, ideologicamente, un pacifista a priori. Ma mi resta molto forte la convinzione che se quella di Piazza Marsala fosse stata la tattica unanimente adottata, la vittoria del movimento anti-G8 sarebbe stata totale. Non perchè i mezzi sono più “buoni”, ma perchè – davanti a uno schieramento poliziesco e mediatico come quello in opera a Genova – sono più efficaci.
Ancora alla vigilia del G8 avevo difeso in un acceso dibattito la scelta delle Tute Bianche di tentare di sfondare la zona rossa. Credevo molto che quell’odioso simbolo dovesse essere violato (le donne che mi contestavano leggevano in questo una chiara metafora maschilista). Ma visto il modo in cui la polizia, durante la notte, aveva spostato il campo di battaglia, penso che sia stata una scelta perdente quella di accettare lo scontro in mezzo alla città. Perchè lì non c’era nessun simbolo da conquistare, ma solo una serie di cariche e controcariche che hanno offerto alle forze dell’ordine (e anche a molti manifestanti) la possibilità di offrire il peggio di sé. So benissimo che il corteo è stato attaccato quando ancora non era volata una pietra: ma da lì in poi lo scontro è stato accettato fino in fondo.
Certo, anch’io sono rimasto impressionato dal coraggio e dalla spontanea voglia di combattere di molti: ma mi chiedo che diversi effetti avrebbe sortito se fossero stati impiegati in altro modo. Affrontare i celerini a mani nude implica un coraggio molto maggiore che non con la protezione di mezzi rudimentali (ed è inutile negare che nella bagarre è stato utilizzato tutto ciò che si trovava a portata di mano, automobili e cassonetti compresi).
Casarini ha giustamente detto che sarebbe stato autolesionista farsi spaccare la testa. Ma il punto è proprio lì. Con duemila telecamere puntate sul corteo, la scelta di attaccare, da parte della polizia, avrebbe avuto un effetto devastante sull’opinione pubblica. Non a caso il punto che più gli si sta ritorcendo contro è l’attacco bestiale alla Diaz, dove la disparità di forze e comportamenti è stato clamoroso. E, infine, non è che i caschi e il resto abbiano salvato i molti feriti e tantomeno il povero Carlo Giuliani. Nello scontro militare, vincono sempre loro.
A questo proposito, giovedì avevo seguito con una certa qual sufficienza un “corso” di autodifesa tenuto da due compagne americane reduci da Seattle. Da vecchio frequentatore di cortei mi era sembrato che tutto quanto vedevo fosse appunto un po’ “americano”, poco applicabile alla nostra tradizione di servizi d’ordine ecc.
Oggi penso invece che quel tipo di resistenza, fatto di cordoni e di sincronismi per gruppi che si conoscono, nonché la capacità di applicarla su scala di massa, sia la via d’uscita dall’impasse violenza sì-violenza no. Tenendo ben presente che l’uso della forza non è necessariamente sinonimo di violenza. E che ormai è chiaro che ci sarà sempre una telecamera pronta a riprendere quel che succede, innescando contraddizioni interne al sistema della “democrazia liberale” che sono oggi ben evidenti agli occhi di tutti e che il movimento deve sfruttare. Casarini aveva affermato con una certa incoscienza che “Noi stiamo usando i media per i nostri obiettivi”. E’ successo fino al 20 luglio: salvo poi cadere abbastanza ingenuamente nel trappolone preparato (male) da polizia e carabinieri. Da allora dobbiamo ammettere che sono i media a usare il movimento, riducendone la ricchezza di contenuti a una questione di ordine pubblico.
Fuori dal fuoco della battaglia, proviamo a riconsiderare le cose anche da questo punto di vista.

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io c’ero di Antonio Bocola

Io c’ero. al momento della partenza, oltre alla telecamera i nastri, le batterie e il computer, avevo preparato diversi accessori: la maschera antigas, l’elmetto anti-infortunistico con sopra scritto TV. ero indeciso sul look. scartato il nero, il bianco, il mimetico, il rosa e il viola, optai per una mise completamente a fiori: sembravo un personaggio di Hair. Camicia hawai, pantaloni a fioroni e cappellino idem. Lasciai a casa elmetto e maschera, alla fine. Non potevo credere di dover andare alla guerra.
Siam partiti con l’alfa da milano in 4. io e tre care amiche. Da subito mi sento responsabile della loro incolumità. Notte allo stadio. Il primo giorno monto il PC alla sala Media della Diaz e vado in giro a far riprese con l’alfa, per tornare ogni tanto alla diaz in velocità per uplodare i filmati su indymedia. Alle 10 3 trenta del secondo giorno riprendo e fotografo i black block al loro puntello, mentre sradicano pali e sampietrini, tra l’indifferenza dei poliziotti e degli astanti. poi inizia la battaglia. mi muovo in autonomia o facendo brevi tratti di corteo con persone conosciute incontrate. I telefonini sono impazziti. Tutti ci chiamiamo per sapere come stiamo. La notizia che Carlo è morto ci rimbalza nelle orecchie. Intanto io e la mia telecamera siamo testimoni di molti avvenimenti, inseriti nel film prodotto da Salvatores. in serata raggiungo gli amici giunti da milano e dormiamo a casa di Alina. la mattina dopo al corteo sono incazzato nero. Mentre il corteo sfila, fermo diversi gruppi di ragazzi tra i più esagitati e gli strappo i bastoni da mano, non so cosa mi è preso. Tutto inutile, perchè da lì’ a poco si scatena la battaglia del lungomare. Molti flash. Pestaggi, devastazioni, incendi, panico.
Incontro tra i lacrimogeni Giacomo Verde, anch’egli nascosto e protetto dalla telecamera, ed evitiamo miracolosamente un pestaggio da parte della polizia. Un agente sbucato dal nulla nella nebbia brandiva il manganello, io dietro la mia camera accesa: imputai al mio look fiorito e bizzarro, la decisione dell’agente di non calare il manganello su di me. Vago per la città con l’adrenalina a mille, muovendomi come un virus tra i vari fronti della battaglia. Le mie immagini sono forti, ma vedendo quelle degli altri operatori, in seguito, mi ritenni fortunato di avere evitato situazioni veramente al limite. Non so come mi sarei comportato in una situazione limite Sono contento che non sia avvenuto. Ho una buona stella che mi protegge. Torno in serata alla Diaz. Il tempo di scaricare i video, le foto in rete, di bere e di riposarmi un attimo, vengo preso da un incontenibile voglia di andar via da lì: è la mia buona stella che sta sparando in aria. Smonto in un baleno la postazione informatica, sbatto tutto in macchina, recupero gli amici che avevano bisogno di un passaggio e partiamo dalla Diaz alle 23.30 circa.
Il tempo di arrivare al casello e sentiamo dall’autoradio dello scempio della Diaz. restiamo muti e trepidanti in ascolto mentre ci avviciniamo alla città, ringrazio il cielo di non essermi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Ricorderò sempre quei giorni come il mio personale Vietnam, un lucido incubo durato 3 giorni, la sensazione della guerra sulla pelle. Spero non mi capiti mai più nella vita.

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Dieci anni fa di Adriano Zullo

Dieci anni fa

Genova

Era capitale

E sulla terra scoppiò l’inferno

Dieci anni fa

A Genova

Un brutto finale

A luglio era già inverno

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Ricordo di _VaLe_

Avevo 10 anni quando è successo. Ero piccola: avevo finito da un mese gli esami di quinta elementare, ma quei giorni me li ricordo bene. Non capivo esattamente quello che stava succedendo, però guardavo il telegiornale e sentivo parlare di scontri, violenze e morte. Con il tempo ho capito cos’è successo. Le immagini alla tv erano spaventose e i miei genitori cercavano di spiegarmi cosa stava succedendo.
Io non c’ero a Genova (ovviamente), ma credo che quella sia stata la prima volta in cui ho veramente cercato di capire quello che succedesse intorno a me.

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G8 GENOVA 2001. IN MORTE DI UN’AMICA di mav698

Mi manchi da dieci anni. Verità.

Così piccola e timida da far paura.

Ti ho perso nel fumo denso e pregno di lacrime e sudore.

Tra mani colpevoli e squarci di buio.

Caduta nel sangue. Poi nascosta, rapita.

Usata, tirata e strappata.

Dimenticata e sepolta.

Vorrei poterti alzare ora.

Vorrei che tu gridassi ora.

I nomi e i cognomi.

Di chi ti ha ucciso allora.

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