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Il G8 spiegato a mio figlio di renegade

– Mamma?
– Eeh?
– Mamma?
– Dimmi!
– Maa-mmaa!
– Dimmi, sono qui, che strilli?
– Mamma, ma perché mi hai chiamato così?
– L’abbiamo deciso tuo padre ed io, di comune accordo.
– Sì, ma perché? Perché avete scelto proprio questo nome e non un altro? Ce ne sono così tanti! Come avete fatto a decidere?
– Beh, in effetti c’è una ragione precisa.
– E quale?
– Tu ti chiami così per ricordo.
– Ricordo di chi?
– Il ricordo di qualcuno coraggioso.
– E chi era?
– Vieni qua che te lo racconto. Vieni in braccio… e non tirare quel dread, lo sai che mi fai male. Non è una liana. Allora… la vuoi ascoltare o no, questa storia?
– Sì, sì! Raccontala!
– Dunque. Prima di tutto, diciamo dove è successa. Perché per ogni storia c’è un luogo.
– E dov’è successa?
– In una città lontana lontana, non troppo lontana, in realtà, ma nemmeno vicina. Una città vicino al mare.
– Era una bella città?
– Ad essere bella, era bella. I suoi abitanti vivevano in pace e si adoperavano per renderla ancora più bella, per farla prosperare. I loro nasi solleticavano sempre, perché le strade erano pregne del profumo di sale, e avevano i polmoni incrostati di conchiglie, come li ha solo la gente di mare. Volevano bene alla loro città, come ogni cittadino vuole bene alla propria. I bambini che giocavano sulle spiagge si fermavano a guardare i battelli che attraccavano al porto sempre carichi di pesci, i gatti magri si aggiravano per le banchine tra le gambe dei pescatori e potevi sentire a tutte le ore il garrito stridulo dei gabbiani.
– Cos’è un garrito?
– È il verso che fanno i gabbiani.
– C’erano tanti gabbiani?
– Tanti, ma c’erano anche tanti altri uccelli, come qui da noi. In effetti, era una città esattamente come la nostra, come potrebbe essere qualunque altra città. Le sue strade potrebbero essere le nostre, con quei sampietrini su cui si scivola quando ha piovuto; i suoi muri potrebbero essere i nostri muri, le sue piazze le nostre piazze, e così ogni piazza. L’erba che cresceva nelle aiuole è la stessa erba che cresce qui, lo sai? In altre parole, questa storia è successa in quella città ma poteva succedere dappertutto. Quindi è successa anche qui.
– E c’eri anche tu quando è successa, mamma?
– No. È successa tanto tempo fa, e mamma era troppo piccola. Però io me lo ricordo, quando me l’hanno raccontata, e mi ricordo anche di quando trasmettevano le immagini di quello che era successo in televisione.
– E avevi una televisione come la nostra, che compare il canale quando dici ‘ACCENDITI, SMART TIVÙ’?
– No, era una televisione vecchia, di quelle che si accendono con il telecomando. Ma quello che era successo era importante, per questo l’hanno mandato in onda, per farlo vedere anche a noi che non c’eravamo.
– Cos’era successo?
– Tu devi sapere che, all’epoca, sulla terra esistevano alcuni potenti Stregoni. Ogni anno, questi Stregoni si riunivano insieme per tre giorni, durante i quali, seduti ad un tavolo, decidevano le sorti del mondo. Anche se… aspetta un momento, adesso non mi vorrei sbagliare sul numero degli stregoni… chiediamo a papà che forse si ricorda meglio… Quanti erano gli stregoni? Sette o otto?
– Otto!
– Grazie! Dunque, ogni anno si riunivano tutti e otto in consiglio, e non facevano entrare nessuno. Ma c’era un problema: purtroppo gli Stregoni non sempre erano uomini giusti, anzi, diciamo che non lo erano quasi mai. Avevano letto tanti libri dalle parole difficili, ma il loro spirito era debole e per questo erano diventati avidi e attaccati al denaro. La sete di ricchezza e la possibilità di disporne a proprio piacimento dà quasi sempre alla testa. Uomini molto saggi sono stati accecati dall’illusione materiale del denaro, e gli Stregoni non facevano eccezione. Partivano sempre pieni di buoni propositi, ma ogni volta che si riunivano finivano per pensare a loro stessi e ai loro interessi, invece di fare del bene per i popoli di tutta la terra. Così organizzavano le cose sempre in modo da guadagnarci il più possibile, sfruttando fino all’osso le risorse naturali, e, cosa ancor più grave, quelle umane.
– Cosa sono le risorse umane?
– Le persone. La terra era abitata, allora come oggi, da uomini e donne di tutte le età, le razze, le religioni e le ideologie: gli Umani. E tra questi Umani ce n’erano alcuni più fortunati, altri di meno. Le risorse umane erano i popoli più poveri, che per guadagnarsi da mangiare lavoravano per gli Stregoni, come cavie per i loro esperimenti di magia, e venivano pagati pochissimo, molto di meno rispetto a quanto avrebbero meritato, in modo che tutto il denaro risparmiato entrasse nelle tasche degli Stregoni.
– Ma non è giusto.
– No, tesoro, non lo è.
– Ci sarebbe voluto Robin Hood. Robin Hood avrebbe rubato tutti i loro soldi per darli alle risorse umane povere, vero mamma? Oppure capitan Harlock!
– È vero, ma purtroppo non c’erano né Robin Hood né capitan Harlock a salvare la situazione. E così gli Umani di tutta la terra hanno deciso di risolvere la cosa da soli, e si sono messi d’accordo.
– E cosa hanno fatto?
– Devi sapere che, a capo della città dove questa storia prende luogo, c’era un ricchissimo e potentissimo Re. Egli era un uomo bieco e assetato di ricchezze almeno quanto gli Stregoni. Era già molto, molto ricco, ma voleva di più. Voleva diventare il padrone del mondo, progetto condiviso e sostenuto dal suo viscido e deforme Consigliere. Non si interessava minimamente delle condizioni in cui versava la sua città, a meno che non si trattasse di qualcosa che gli avrebbe permesso di guadagnare più soldi. Come ti ho già detto, gli Stregoni si incontravano ogni anno, e ogni anno sceglievano una città diversa dove ritrovarsi. Erano già stati in tanti posti mozzafiato, Londra, Parigi, Tokyo. Quell’anno, si ritrovarono ad accorgersi delle bellezze della città di mare e pensarono: ‘è proprio bella questa città, con le sue stradine, i gabbiani e i battelli, il profumo di sale e tutto quanto. Quest’anno andremo in questa.’ E comunicarono la loro decisione al Re. Il Re, naturalmente, era tutto in sollucchero. Fece mille salamelecchi agli Stregoni promettendo loro un’accoglienza con i fiocchi, ed emanò immediatamente dei comunicati da affiggere su ogni muro, per informare gli Umani che abitavano in quella città dell’imminente evento. Naturalmente, la decisione di ospitare gli Stregoni fu presa da lui senza consultarli. Non solo: pretese anche la riscossione di tasse straordinarie per erigere una fortezza di quaranta metri, che serviva esclusivamente per ospitare gli Stregoni durante il loro soggiorno, e per comprare dei tappeti rossi da srotolare in ogni strada al loro passaggio.
– Poveri Umani!
– Ti renderai conto che non erano per niente contenti dell’intera faccenda. Qualcuno di loro, sotto consenso unanime, aveva preso l’iniziativa e aveva scritto lui pure un comunicato, da inviare al Re. Dentro c’era stilato punto per punto tutto ciò che alle persone non stava bene e volevano che fosse cambiato. Ma il Re non si prese nemmeno la briga di leggerlo. Così, vedendosi ignorati, gli Umani decisero di comune accordo di assaltare la fortezza.
– Assaltare la fortezza?
– Sì, ma attenzione: gli Umani non volevano fare del male al Re, né agli Stregoni. Non volevano assaltare la fortezza per attaccarli fisicamente. Loro volevano andare lì per protestare. Protestavano perché non sembrava loro giusto che otto persone – nove con il Re – stabilissero della vita di tutti gli altri; volevano sedersi a quel tavolo ed essere parte attiva di decisioni che li riguardavano, dimostrare che loro esistevano, e non erano solo un’entità astratta, una massa anonima che serviva a riempire le statistiche nei documenti e nelle riviste. Soprattutto, protestavano contro una cosa che il Re e gli Stregoni stavano cercando già da tempo di imporre: l’omologazione.
– E che significa?
– Che volevano renderci tutti uguali.
– Cioè, gli Stregoni volevano rendermi uguale a Corrado il Budino? Il ciccione antipatico dell’altra classe?
– Beh, non proprio esattamente come lui. Non fisicamente.
– Fiuuu, meno male! Non vorrei mai essere come Corrado. Essere Corrado sarebbe proprio la cosa più peggiore del mondo. Corrado è talmente cicciabomba che non passa dalle porte.
– Sai, ogni tanto certe cose non si dovrebbero dire. Non perché non siano vere, ma perché non sai quanto l’altra persona possa rimanerci male per quello che hai detto.
– Ma mamma, Corrado dice che il bambino con gli occhiali che viene in classe con me è una cacca secca.
– Uhm, e perché?
– Perché cammina male e non sa correre. Ma lui non ci riesce perché è nato così, non ha le gambe dritte e forti come le nostre. E Corrado dice che per questo è una cacca.
– Ecco, questo è un esempio di cosa non bella da dire.
– Dice che lui è il più grosso e quindi comanda lui. Che se non facciamo quello che vuole, lui ci picchia tutti quanti, che riesce a farlo anche con tre di noi per volta. E poi mi guarda e dice sempre che a me tocca per primo. Io non dico mai niente alla maestra, però, perché non sono una spia. Not in my name.
– Uh…
– Corrado dice che dobbiamo avere paura perché se no lui chiama suo papà, e suo papà è ancora più grosso di lui. E lui è veramente enorme.
– Ok, ignora tutto quello che ti ho detto prima. Corrado è un cretino. Se ti tocca con un dito, picchialo. E se la maestra se la prende con te, dì pure che sono stata io a dirti di farlo.
– Quindi mi capisci quando dico che è un budino antipatico?
– Ti capisco perfettamente e concordo con te. Ma comunque gli Stregoni non avrebbero mai potuto farti assomigliare a Corrado, perlomeno non nell’aspetto fisico. Però avrebbero voluto farvi mangiare le stesse cose, guardare gli stessi cartoni animati, indossare gli stessi vestiti, pensare allo stesso modo.
– Corrado non ce l’ha, il cervello per pensare.
– Al Re e agli Stregoni non sarebbe importato. A loro non importava niente, di quello che pensavano le persone. Cominciò a importargliene quando vennero a sapere che gli Umani avrebbero assaltato la fortezza. Allora si sono spaventati.
– Hanno avuto paura?
– Altrochè, se hanno avuto paura! Prima di tutto, non avrebbero mai scommesso nemmeno il più piccolo dei loro centesimi che le persone sarebbero state capaci di fare una cosa simile, e soprattutto che riuscissero a organizzarsi in modo tale da essere così tante. Rendendosi conto delle proporzioni che aveva assunto la faccenda, iniziarono seriamente a preoccuparsi che gli Umani avrebbero raggiunto il loro scopo. Allora, per fermarli, il Re chiamò i draghi.
– C’erano dei draghi?
– Sì. C’erano dei draghi in città, e prestavano tutti servizio presso il Re. Vuol dire che lavoravano per lui.
– E com’erano?
– I draghi erano bestioni enormi, e con le loro corazze impenetrabili fatte di scaglie dure e lucenti come il metallo incutevano timore solo a guardarli. Alcuni erano di colore blu, altri, quelli più temibili e feroci, quelli allevati segretemente dal Re nelle sue ricche tenute e sottoposti ad un addestramento particolare per renderli più aggressivi, erano neri come la pece. Avevano le schiene solide, le code dritte e sferzanti come bastoni, capaci con un solo colpo di spezzare le ossa, gli unghioni affilati e gli occhi mobili incassati nei testoni spropositati, dalle tempie dure come la roccia. Erano sempre circondati da un alone di fumo bianco e pestilenziale, che buttavano fuori dalle narici larghe come gallerie, un fumo denso che bruciava gli occhi facendoli lacrimare e, se inalato, dava alla testa, lasciandoti stordito e confuso. E poi naturalmente, la cosa più pericolosa di tutte è che i draghi sputano fuoco.
Arrivò finalmente il giorno prestabilito. Il Re voleva che, al loro arrivo, gli Stregoni trovassero tutta la città tirata a lucido. In ogni strada aveva affisso dei bandi in cui erano stilate le regole di comportamento che gli abitanti della città dovevano rispettare durante quei tre giorni, pena una multa salata. Erano regole ridicolissime, come non parlare a voce alta, non incontrare più di un amico per volta o non stendere la biancheria (specialmente le mutande) nei cortili, perché le mutande fanno ridere e secondo il Re toglievano dignità e decoro alla città. Aveva inviato dei messi ai quattro angoli della città a raschiare via il muschio dai muri, a fare la permanente alle chiome degli alberi, a ridipingere i fiori dai colori spenti con tinte più brillanti e vivaci, a togliere le pigne e gli aghi degli abeti dai parabrezza delle auto in sosta, a spazzare ogni interstizio di ogni singola pietra di ogni singolo vicolo fino a che non fosse stato eliminato anche il più piccolo granello di polvere visibile ad occhio nudo; vietò alle vecchiette nei parchi di dar da mangiare ai piccioni perché non scagazzassero sul marmo delle statue e posizionò tra i cespugli, in punti strategici, dei finti limoni, perché secondo lui erano un elemento indispensabile di pregio ed eleganza e limoni veri in zona non ne erano cresciuti.
Era un venerdì di una torrida settimana estiva. Il caldo era micidiale, e alcuni che soffrivano di scompensi di pressione stramazzavano a terra. Gli sfarzosi saloni della fortezza erano ventilati da un sistema di condizionamento efficiente e tra i più all’avanguardia, ma vennero comunque fatte distribuire cisterne di acqua e zucchero per gli Stregoni nel malaugurato caso che qualcuno di loro avesse avuto un mancamento. E gli altri, fuori a cadere, asfissiati dal caldo… Le truppe dei draghi erano schierate a guardia della fortezza, in attesa di nuovo ordine, immobili a sudare nel clima subsahariano di quel pomeriggio di luglio. Aspettavano gli Umani. Avevano l’ordine di non muoversi, nemmeno per grattarsi una draghesca ascella con gli unghioni, se gli prudeva: e questo li rendeva molto arrabbiati. Il tempo passava, e i draghi aspettavano, e mentre aspettavano sudavano. Il sudore colava copiosamente scivolando sulle loro squame, dalla fronte negli occhi, facendoli pizzicare, e siccome i draghi sono privi di palpebre non potevano nemmeno sbatterle per alleviare il fastidio. E così si arrabbiavano ancora di più. Più aspettavano, più sudavano, più erano arrabbiati. Erano arrivati ad un punto che ormai erano proprio infuriati.
– Scappate, bambini!
– Voglio precisare un’altra cosa. Certi draghi, magari, non erano nemmeno cattivi. Alcuni avevano moglie e figli draghi. Il Re e gli Stregoni avevano semplicemente fatto loro il lavaggio del cervello, li avevano convinti che era così che si doveva fare e che era giusto che lo facessero: e i draghi, che, si sa, non hanno un’intelligenza pari a quella degli umani, ci erano cascati con tutte le zampe. Alcuni non erano pronti per quello che stava per succedere, non l’avrebbero nemmeno mai immaginato. Pensavano che quando sarebbero arrivate le persone si sarebbero divertiti con loro, le avrebbero solo spaventate un po’. I draghi sono mastodontici e forti, e a vederli possono far paura agli uomini: magari avrebbero minacciato di mangiare qualcuno degli Umani se si fosse avvicinato troppo, come il Re aveva consigliato loro di fare. Magari avrebbero sputato fuoco in aria, come uno spettacolo pirotecnico, finché i cuori degli uomini non si fossero riempiti di paura, ed essi avessero battuto in ritirata. Poi, una volta che le persone si fossero disperse e gli Stregoni avessero avuto modo di continuare indisturbati la loro riunione, se ne sarebbero ritornati tutti nelle loro case, come se nulla fosse successo.
– E invece?
– Invece non è andata proprio così.
– E com’è andata?
– Gli Umani si erano radunati in un drappello, dall’altra parte della città. Si erano incontrati a gruppi, e ogni gruppo era confluito nel punto di ritrovo. Avresti dovuto vederli, com’erano belli, uomini, donne, giovani e vecchi, un’onda lunghissima e colorata, un enorme serpentone che si snodava lungo le strade strette del borgo. Ballavano e cantavano forte, a pieni polmoni, diretti verso la fortezza. Ed ogni gruppo era organizzato in modo diverso. Perché, vedi, tutta questa gente, non erano dei soldati. Era gente comune. Contadini, artigiani, professori, studenti, operai. Non era gente allenata a combattere, e per questo non avevano armi. Alcuni anziani usavano i bastoni per sorreggersi; altri tra i giovani avevano addosso degli scudi di plexiglass, che era una protezione solo scenografica, perché che cosa avrebbero potuto mai contro le magie ben più distruttive e potenti degli Stregoni? Sembravano degli omini dei Lego, con le loro armature di celluloide e polistirolo. Eppure avevano così tanta forza d’animo che il Re aveva paura di loro. E quelli che facevano più paura lo sai come marciavano? Si erano dipinti i palmi di bianco, e avanzavano tutti insieme, a ranghi serrati, spalla contro spalla, con le mani alzate. Gli Stregoni erano terrorizzati. Non c’era niente che faceva loro più paura di quelle mani bianche alzate verso il cielo.
– Che bello!
– Ma quella festa allegra e colorata fu di breve durata. Delle spie al soldo del Re lo tenevano informato dei movimenti del serpentone lungo le strade della città, e così lui aspettò finché gli Umani non imboccarono una strada stretta e lunga, che il Re giudicava perfetta per metterli in trappola: a quel punto tese loro un’imboscata. Plotoni dei suoi draghi più feroci spuntarono dall’altra parte della strada, l’unica via di uscita, e caricarono la testa del serpentone. La strada era talmente stretta che i draghi non potevano permettersi di aprire le gigantesche ali di cuoio, e questo, inutile dirlo, fu la goccia che fece traboccare il vaso della loro rabbia: si gettarono sulla folla con una corsa grottesca, pesante e barcollante, la schiuma alla bocca, con dei muggiti inferociti di bestia. Gli Umani non si aspettavano di trovare dei draghi in quel punto, e furono presi completamente alla sprovvista. Non c’era spazio per fuggire. Quelli che stavano davanti e cercavano di indietreggiare finivano su quelli di dietro e li calpestavano; quelli che stavano dietro scivolavano sotto quelli davanti e cadevano su quelli che stavano ancora più dietro. La moltitudine era mastodontica rispetto alla larghezza della via, e gli Umani erano praticamente incastrati in loro stessi. Erano tutti in trappola, in trappola come topi. Quando se ne resero conto, tutto precipitò nel panico. La paura ottenebrò i cervelli di tutti come una nebbia densa di novembre, e le azioni divennero disperate, scoordinate, scomposte. Ogni atmosfera festosa svanì in una miriade di coriandoli di carta crespa stracciata, che frullavano nell’aria, impalpabili come farfalle. C’era un gran pandemonio, urla terrorizzate, voci spezzate che invocavano persone perdute, inghiottite dalla folla, un groviglio di braccia, gambe e corpi che si spingevano, cadevano rovinosamente gli uni sugli altri e tornavano a spingersi. Non più tutti uniti, ma ognuno per sé. Amici si calpestavano fra di loro, e calpestavano altri e altri ancora. Improvvisamente quella pacifica manifestazione di dissenso si era trasformata in una fuga disperata per la vita.
– Che brutto, mamma!
– Sì, è stato molto brutto. Una cosa tra le più brutte che siano mai successe. Ma quando sembrava che tutto fosse ormai perduto, qualcuno tra gli Umani si rese conto che esisteva un unico modo per non fare la fine del topo: affrontare i draghi. E così, con gli occhi pesti, le mani sanguinanti, i polmoni intossicati dal fumo, i corpi ammaccati, facendosi forza gli uni con gli altri, insieme, urlando a gran voce, il serpentone iniziò a premere in avanti; diede un’energica scrollata dalla coda e partendo da lì un impulso potente si propagò in avanti e una gigantesca onda, spinta dalla forza sovrumana della disperazione, respinse indietro i bestioni che bloccavano l’accesso alla strada, costringendoli, per la prima volta, a indietreggiare.
– Evviva!!! Li hanno cacciati via per sempre?
– No. Ricordati che i draghi erano sempre comandati dal Re: egli era venuto a conoscenza di tutta la faccenda, e, arrabbiatissimo, aveva richiamato indietro le sue creature. Era furioso con gli Umani che avevano osato resistere, e durante la notte organizzò contro di loro una rappresaglia orribile, ancora peggiore. Le cose erano andate così: quella sera, alcuni sopravvissuti all’attacco al serpentone si raggrupparono in un unico grande mucchio, e si accamparono per la notte dentro una scuola deserta, chiusa per le vacanze estive. Avevano portato con sé i loro cappotti, i libri e i sacchi a pelo. Erano sfiniti dai brutti eventi della giornata, e volevano soltanto riposare un po’. Non stavano preparando nessun piano d’attacco, nessuna pericolosa trama segreta ai danni del Re, erano semplicemente andati a dormire. Ma il Re non era una persona leale, e trovò che fosse il momento propizio per vendicarsi delle loro azioni della giornata: scese nel buio umido e gocciolante delle sue segrete, accompagnato dal fido e bisunto Consigliere, e slegò dalle catene i suoi draghi peggiori, i più pericolosi che aveva, quelli delle occasioni speciali. Li nutriva a pane e acqua in modo che fossero sempre affamati, li teneva prigionieri in ceppi per incattivirli, li addestrava ad essere aggressivi e crudeli nei confronti degli altri. Silenziosamente, li istruì sulla posizione della scuola e su chi vi avrebbero trovato dentro, e li inviò laggiù con il preciso ordine di radere al suolo l’intero edificio. Alle prime ore del mattino, biscion biscioni, grattando con gli unghioni sulle porte, gli orrendi mostri ai suoi comandi sono entrati e hanno teso un’imboscata a quelli che dormivano dentro. Non trasalire, sono sopravvissuti. Ma erano seriamente ustionati, e alcuni di loro ci hanno messo un po’ prima di potersi riavvicinare a un drago senza tornare con la mente a quelle brutte scottature. Tutti coloro che si trovavano nella scuola, quella notte, furono portati via dai draghi in malo modo, feriti, legati sulle loro squamose groppe per essere imprigionati nelle segrete del Re.
– Oh, no! Dove sei, Robin Hood?
– Adesso sono tutti liberi. Tranne qualcuno. Qualcuno ce l’hanno lasciato, nelle segrete. Dieci Umani che i draghi avevano ghermito per primi con i loro unghioni. Il Re volle dar loro una punizione esemplare, che servisse da monito per tutti coloro che avessero osato sfidarlo nuovamente. Così, li accusò di essere stati loro i colpevoli di tutto quello che era successo, e disse che avrebbero dovuto pagare per aver messo a ferro e fuoco la città.
– Aspetta, lo so come si dice! Erano le capre espiatorie dell’intera faccenda!
– I capri. I capri espiatori. Però bravo, hai colto perfettamente nel segno. Il Re fece scagliare su di loro dagli Stregoni una potente maledizione: li condannò ad essere rinchiusi, anno dopo anno per un totale di cento anni, a marcire nel buio freddo e umido delle sue prigioni, senza possibilità di uscire.
– E sono ancora lì?
– Sì, sono ancora lì.
– Ma li hanno dimenticati! Dobbiamo andare a liberarli!
– Non li hanno dimenticati. Ci sono ancora persone che li ricordano, e che ci hanno provato, a liberarli. Ma la maledizione è potente, e per contrastarla c’è bisogno di una pozione magica che costa molti, molti soldi. Gli Umani stanno ancora cercando tutti insieme di raccoglierli.
– Io nel mio salvadanaio ho cinque euro. Stavo risparmiando per comprarmi le figurine, ma li do volentieri a loro.
– Quello a cui stai pensando è proprio un bel gesto. Significherebbe molto, sul serio. Se davvero vuoi farlo, prendiamo i tuoi soldi, li mettiamo in una busta, la sigilliamo e glieli spediamo. Se vuoi ci puoi anche aggiungere un biglietto. Sai che puoi scrivergli? Se vuoi comunicare direttamente con loro, puoi spedirgli una lettera.
– Ma io non so ancora scrivere bene.
– Tu me la detti e la scrivo io per te. Giuro che non cambio neanche una virgola.
– Posso scrivere anche al ragazzo che ha il mio nome?
– Uh, no, lui non è tra quelli che sono stati imprigionati. La sua storia in effetti finisce il giorno prima, quando i draghi hanno caricato il serpentone, ricordi?
– Sì.
– Dunque, gli Umani erano riusciti a mettere in fuga i draghi. I bestioni avevano arretrato lungo la strada che sbucava in una grossa piazza circolare. Vedendoli scappare, gli Umani si erano slanciati in avanti con grida esultanti, sentendosi improvvisamente trasformare da cacciati in cacciatori. Giunti in piazza, trovarono ad aspettarli due dei draghi più colossali, che erano rimasti di retroguardia per permettere agli altri la fuga. Gli Umani si preparavano a respingere l’attacco, quando un ragazzo si è staccato dal gruppo…
– Era il ragazzo che aveva coraggio?
– Sì, era lui.
– E com’era? Mi assomigliava?
– Beh, vediamo. Prima di tutto, non era tanto alto. Tutto il suo coraggio si concentrava in un corpicino piccolo piccolo. Poteva essere alto circa un metro e sessantacinque.
– Alto più o meno come me, quindi.
– No, aspetta, non esageriamo, non era proprio come te. Era molto più alto di te, ma ci arriverai anche tu. Del resto, lui era anche più grande. Tu hai solo cinque anni, e lui ne aveva ventitrè.
– Ventitrè? Ah, ma allora era già vecchio!
– Ehi, ragazzino, se per te a ventitrè anni si è vecchi, io dovrei già essermi scavata la fossa da un pezzo. Non era vecchio. A te sembra vecchio perché sei ancora piccolo. In realtà era molto, molto giovane. Troppo giovane, per quello che gli è successo. Aveva il volto coperto per proteggersi gli occhi dal fumo dei draghi. Si è fermato dritto davanti al drago più grosso, che aveva le scaglie nere e lucide come lamiera, ed è rimasto lì, con le braccia stese lungo i fianchi. Lo guardava. Lo stava studiando. Il drago ha sollevato il suo gigantesco muso, facendo dondolare il testone nella sua direzione, e ha sbuffato fumo dalle narici profonde come buchi neri. Lui era lì, esile, e lo guardava. Sono rimasti immobili, a fronteggiarsi, lui e il drago. Il drago ha spalancato le sue enormi fauci. Lui lo ha fissato, dritto negli occhi. Sapeva cosa aveva intenzione di fare il drago. E allora a un certo punto ha sollevato un oggetto che si era ritrovato accanto, un oggetto che gli sembrava in grado di spegnere il fuoco…
– E che cos’era?
– Un estintore, ha sollevato un estintore.
– E che è successo? L’ha spento il fuoco? Perché stai sorridendo?
– Era un estintore vuoto.
– Era vuoto?!
– Eh sì.
– E allora che cos’ha fatto? È scappato via?
– No, non si è spostato. Il drago lo ha colpito in pieno con il suo getto di fuoco.
– Ma come! In pieno?
– Sì. Dritto addosso.
– Ma il ragazzo non ce l’aveva uno scudo?
– No.
– Un elmo?
– Neppure.
– Neanche una spada???
– No, te l’ho detto. Non aveva armi.
– Ma allora è proprio un provolone!
– Perché?
– Non ci ha pensato?
– A cosa?
– Ma come fai a sconfiggere un drago se non hai nemmeno una spada?!
– Beh… teoricamente, aveva l’estintore.
– Mamma, ma se hai detto che era vuoto!
– Sì, lo era.
– E che ci fai con un estintore vuoto contro un drago che sputa il fuoco?!
– Tu la vedi la differenza tra le due cose?
– Ma sì che la vedo! La vedrebbe anche un bambino! E io sono un bambino!
– Sì, è vero, lo sei.
– E tu com’è possibile che non la vedi?
– Io la vedo, ma c’è qualcun altro che non riesce a vederla.
– Scusa se te lo dico, mamma, eh, ma voi grandi ogni tanto sembra che non ce l’avete proprio, il cervello!
– Sai che hai ragione? Probabilmente è così. Ogni tanto capita che i grandi lo perdano, il cervello. Il Re era un uomo grande, e anche gli Stregoni erano grandi. Eppure ti sto raccontando che cosa hanno fatto succedere.
– Forse se mettevano come re un bambino era meglio! Un bambino almeno le vedeva, le cose!
– Forse. Tu però ti stai perdendo per strada tutti i congiuntivi.
– Oh, uffa, e vai avanti! Ti fermi sempre ogni due parole! Allora, cos’è successo?
– Quando un drago sputa il fuoco, insieme alle fiamme provoca anche un grande spostamento d’aria. Hai presente quando c’è il vento forte sulla spiaggia e ti senti trascinare all’indietro, ma tu sei più pesante e quindi non ce la fa a portarti via? Un drago fa esattamente come quello, solo molto, molto più forte, con il rumore che fanno le turbine dell’aereo quando girano vorticosamente. Così lo ha scagliato in alto, ma in alto in alto, mentre lui bruciava, che sembrava una meteora. Lo ha scagliato così in alto che a un certo punto di lui non si vedeva altro che una palla infuocata nel cielo.
– È diventato il sole?
– E quelli che gli stavano intorno se ne sono accorti, naturalmente.
– C’eri anche tu? E l’hai visto?
– No, te l’ho detto. Io ero troppo piccola. Però tuo padre c’era. Lui era già un po’ più grandicello, ed era andato in quella città apposta per aiutare gli Umani, come supporto.
– Davvero, papà? Tu c’eri? Hai visto il ragazzo che diventava il sole?
– …No, lui non l’ho mai conosciuto di persona, ma ero poco distante dalla piazza dove ha avuto luogo questo bizzarro avvenimento. Io ero su un lato del serpentone, quando è stato attaccato dai draghi.
– Tu hai visto un drago da vicino? E com’è???
– Beh, spaventoso, davvero spaventoso. Sul serio. Io andavo ancora a scuola, e non avevo mai avuto a che fare con i draghi così da vicino, prima di quel momento. Soprattutto, non con draghi così arrabbiati. Trovartene uno davanti e soprattutto avere intorno una moltitudine di Umani come te che piangono e scappano spaventati è un’emozione forte, come uno shock. Il drago che avevo davanti io era gigantesco e blu, ed era infuriato. Si vedeva che era uno di quelli che aveva sudato più di tutti. Credo che il sole gli avesse dato alla testa, perché continuava a ruggire imbestialito, con la bava alla bocca, e calpestava chiunque si trovasse davanti con le sue enormi zampe, alla cieca, senza fare distinzioni.
– Uau!!! E tu che cos’hai fatto?
– Io? Io non ero per niente coraggioso. Quando l’ho visto gettarsi su di noi con le fauci spalancate, mi sono girato e ho cercato di scappare, come hanno fatto tutti quelli che avevo vicino, del resto. C’era una ragazza accanto a me, era bassa, e magra magra, sottile, come un fuscello. Sembrava potersi spezzare con un solo soffio di vento. Il drago l’ha colpita in pieno dietro la schiena con la sua enorme coda. Lei è caduta in avanti e ha battuto la testa per terra.
– Aiuto! E le è uscito il sangue?
– Tanto, che ha macchiato l’asfalto. La cosa che mi ha fatto stare peggio però è che non l’ho nemmeno aiutata. È successo tutto così velocemente, e continuavano a spingermi via… Qualcuno le è passato sopra mentre scappava, e lei è rimasta stesa per terra a tenersi la testa. Subito dopo l’ho persa di vista. Dietro di me c’era altra gente che mi premeva addosso per non farsi schiacciare dal drago, e ancora davanti avevo un muro di folla così compatta che era impossibile riuscire ad andare da nessuna parte. Avevo tanta paura di morire.
– Ma non sei morto, papà! Adesso sei qui!
– Lo so, e per fortuna. Ammazza e che stretta forte, sei una tenaglia! Con un abbraccio del genere un bambino della tua età lo spezzi.
– Spezzo in due Corrado! Wham, wham, wham! Io l’avrei spezzato in due il drago, con un colpo così! Wham!
– Lascia perdere, che io un colpo dal drago me lo sono preso davvero. Ce l’avevo dietro. Ha sferzato la coda per aria e nella confusione mi ha preso di striscio.
– Caspita! E fanno male le code dei draghi, papà?
– Da matti. Ha bruciato per un po’ di giorni. Ti sembrerà strano, ma la ferita più grande quel giorno me l’ha lasciata qui, sul petto. La vedi?
– No.
– Ci credo. L’anima è un qualcosa di interno, mica la puoi toccare. Però quando le fai del male, ci mette molto più tempo a guarire, e…ops. Scusate.
– Rispondo io! Rispondo io!
– No, tu non rispondi proprio a un bel niente. Lo sai che non devi toccare il cellulare di papà. Ora lascialo parlare al telefono e ritorniamo alla nostra storia. Siamo giunti alla fine: non sei curioso di sapere la conclusione?
– Com’è finita, com’è finita?
– Naturalmente, l’episodio aveva suscitato molto scalpore. Non capita mica tutti i giorni, che un drago carbonizzi uno dalla testa ai piedi. Il giorno dopo, gli Stregoni già stavano cercando, attraverso i più potenti mezzi di comunicazione dell’epoca, di insabbiare la cosa.
– Che vuol dire insabbiare?
– Di nascondere, come tu ricopri le buche che hai fatto al mare con la sabbia. Tutta quella faccenda era stata una grossa buca nel piano degli Stregoni. Una falla. La gente era molto arrabbiata, e avevano bisogno di riportarla dalla loro parte. Così avevano cominciato a diffondere un’altra versione dei fatti, la loro: che gli Umani si stavano tutti sbagliando. Che era stata colpa del ragazzo, che aveva provocato lui per primo il drago, lo avevano visto mentre gli faceva gli sberleffi; che si era esposto troppo al pericolo, perché proprio nel punto in cui si era messo lui il calore e la direzione del vento creavano un campo di forza da cui il fuoco veniva attratto irresistibilmente, eccetera. Che sua mamma avrebbe dovuto dirgli stai a casa, e non sarebbe successo niente.
– Ma gli Umani non ci hanno creduto, vero?
– Alcuni sì. Ma erano in buona fede, non perché volessero del male al ragazzo. È che li martellavano così tanto con tutte queste storie che avevano finito per crederci per davvero. Gli Stregoni sapevano essere piuttosto convincenti, quando volevano. Hai presente quei cartelloni enormi che incontriamo per strada quando ti accompagno all’asilo?
– Quelli tutti colorati in 3D, che parlano, con le immagini che cambiano? Che ti vendono le cose da bere?
– Sì, quelli. Ti fanno venire voglia di comprare quello che propongono, vero? Con tutti quei colori e la voce di Becky la Mucca.
– Sì, certo. Sono Becky la Mucca e bevo il latte delle mie mammelle…
– Non cantarla, quella canzoncina è orribile. Quei cartelloni che vedi sono le versioni di nuova generazione di quelli molto vecchi che gli Stregoni appendevano in strada tanto tempo fa. All’epoca erano muti e le immagini non si muovevano, ma riuscivano comunque ad invogliare all’acquisto.
– Zitti, fermi e senza 3D?! E come facevano le persone a fare attenzione a quello che c’era scritto?
– Allora funzionava così. Gli Stregoni erano molto bravi a rendere le cose accattivanti, e se ti ricordi a memoria quella stupida canzoncina della mucca, vuol dire che ci riescono ancora adesso. Avevano convinto quasi tutti gli Umani della loro versione della storia. Ma non tutti: restavano alcuni che erano presenti al momento e sapevano com’erano andate realmente le cose, e altri che non c’erano ma non ci credevano. C’erano troppe falle, nel discorso degli Stregoni. Finchè un gruppo di loro, che non era più disposto a sopportare quelle bugie, ebbe un’idea. Ti ho già detto che anche gli Umani scrivevano comunicati per il Re. Gliene avevano spediti a dozzine, alcuni con le loro rimostranze, altri con i consigli per migliorare la città, ma tutti erano rimasti non letti e inascoltati. Il Re li cestinava senza nemmeno leggerli. Così gli Umani si guardarono negli occhi e pensarono: “i muri. Ci sono tanti bei muri in questa città, vuoti e tristi, a ingrigire di smog. Se scriviamo le cose sui muri non ci potranno ignorare per sempre.”. Così, durante la notte, una decina di Umani tra quelli che sapevano disegnare meglio, si incontrarono in gran segreto per mettere in atto il loro piano. Il giorno successivo tutti i muri della città erano affrescati con scritte e disegni bellissimi, come quelli che ci sono nei vecchi fumetti che colleziona papà. Ognuno di quei graffiti ricordava al Re e agli Stregoni che alcuni Umani non avevano dimenticato quello che era successo, né l’avrebbero dimenticato mai; di stare in campana, perché finchè c’è gente che conserva la memoria, la verità non potrà mai essere inquinata, martoriata o dimenticata. Uno dei risultati fu che altri Umani, incuriositi da tutti quegli schizzi colorati sui muri, vollero essere messi a conoscenza dell’accaduto: e così di strada in strada, di vicolo in vicolo, di pietra in pietra, strisciando come un rigagnolo d’acqua tra i ciottoli, il racconto si ripeteva e veniva perpetuato, a discapito di ogni tentativo di zittirlo.
Naturalmente il Re venne a conoscenza di quanto stava accadendo, e come puoi immaginare non fu per niente contento. Ogni giorno mandava qualcuno a ripulire i muri, e ogni notte gli Umani tornavano a scrivere… sapevano benissimo i rischi a cui andavano incontro: se fossero stati scoperti, il Re li avrebbe severamente puniti. Ma erano talmente abili che riuscirono a non farsi beccare mai. Il Re intensificò i controlli, pattugliando le strade con ronde notturne di draghi, ma ogni sforzo si rivelò inutile. Anzi, gli episodi a un certo punto erano diventati talmente frequenti che alla fine il Re fu costretto ad arrendersi, e le scritte e i disegni rimasero lì dove erano stati fatti.
Un altro risultato fu che attraverso il passaparola il fenomeno si diffuse anche al di fuori della città, perché molti Umani che erano presenti durante l’assalto alla fortezza non erano cittadini ma erano venuti lì apposta dalle loro nazioni d’origine, e anche quelli che non c’erano sentivano qualcosa nel cuore come se avessero partecipato anche loro, perché, come ti ho spiegato all’inizio, questa storia è successa in una città che poteva essere qualunque città, e quindi è successa dappertutto. Così, sempre più muri di sempre più città si riempirono di frasi e disegni colorati. Alcuni ce ne sono ancora oggi.
– Davvero? Sono anche qui? Li possiamo andare a vedere?
– Scommetto che li hai visti un sacco di volte ma non ci hai mai fatto attenzione, o non ti sei mai chiesto cosa volessero dire. Non hai notato che ogni tanto su qualche muro c’è scritto il tuo nome? È una dedica per il ragazzo che aveva coraggio, per ricordare agli altri di lui.
– Fico!
– …scusa se interrompo, Mamma Oca. Senti, dice mia madre che, se abbiamo voglia, stasera si cena da lei. Però di portare il basilico, se no niente amatriciana.
– Evvai! Sììì! Si va dalla nonna! Andiamo, andiamo!
– Frena, frena, signorino. Prima di tutto lavarsi e vestirsi, che se tua nonna ti vede conciato così chiama i servizi sociali. Seconda cosa, se non sbaglio ci sono ancora dei dinosauri sul pavimento della tua camera che aspettano di essere messi a posto. Marsh!
– …mamma?
– Sì?
– È per questo che quell’amico di papà scrive tutte quelle cose sui muri? È per ricordare questa storia?
– Sì, è per ricordare questa e tante altre storie.
– Che vuol dire ACAB?
– Un giorno te lo spiego bene. È una cosa un po’ complicata. È inglese, sai, quella lingua che mamma parla quando è al telefono con il produttore…dai, che qualche frase la sai pure tu, lo parli sempre quando fai quel gioco…quello di Sesame street, col pupazzo rosso, al computer.
– Mamma?
– Sì.
– Era una bella storia. Ogni tanto me la racconti di nuovo?
– Certo, anche stasera. Quando vengo a rimboccarti le coperte, Carlo. Prima di dormire.

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One Response to “Il G8 spiegato a mio figlio di renegade”

  1. 3 settembre 2015 at 08:49 #

    This is going to sound really suiptd, but Ogron looks like Valtor and they both have this really weird effect. First they seem really unattractive (creepy old men), but after you see them for a really long time, their look changes they might even look nice

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