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Parabole di Mattia Della Rocca

[dalla rubrica di divulgazione scientifica “…and science for all”, per il Nuovo Paese Sera, edizione online del 21/07/2011]

Ieri, come Google ha fatto scoprire a buona parte degli italiani, si è celebrato il 189° anniversario della nascita del biologo Gregor Mendel, padre delle leggi sull’ereditarietà dei caratteri che portano il suo nome, e illustre “nonno” della genetica (no, non fu un noto produttore di piselli. Anche se so che qualcuno l’ha pensato, eccome se lo so). La conseguenza naturale avrebbe dovuto essere un bel pezzo sulla sua vita, la vita di un uomo che ha saputo dare così tanto alla scienza partendo da un materiale d’indagine così riduttivo, ammettiamolo, come i piselli.
Piselli. Sempre ieri, proprio mentre pensavo a cosa scrivere, uno dei ragazzi disabili che assisto mi ha tenuto un’ora a parlare dei piselli. Glieli avevano propinati a mensa, ma a lui non piacciono. Come non gli piacciono le carote, gli spinaci, la lattuga, la cicoria, i pomodori e i peperoni. Teme le fonti di vitamine come il sole un vampiro, a giudicare da quello che mi racconta. «Ma come non ti piacciono i piselli!» ho ribattuto, «lo sai che volevo scrivere un articolo per il giornale proprio sui piselli?»«Mi fanno schifo» ha risposto, lapidario come pochi.I ragazzi disabili che seguo sono sempre molto interessati alle mie spiegazioni su come funziona questo o quello, e vanno in estasi quando svelo loro qualche trucchetto Jedi sul funzionamento della natura, o sulle origini di qualche specie. Per questo ci tenevo a coinvolgerlo, a scrivere qualcosa dopo aver parlato con lui. Così ho insistito.«E cosa ti piace allora?»«La torta Sacher, le patatine e i würstel», ha risposto, lasciando che la mia mente fosse assalita dall’immagine di un pagliaccio di nome Ronald intento a sogghignare in un sontuoso grattacielo negli Stati Uniti d’America.«Sì, vabbe’, ma poi? Che cos’altro ti piace?»«Mi piacciono le pistole». Ecco.
Non si offenda, Padre Mendel. E non pensi neanche che la biologia, la genetica, non siano più argomenti rilevanti per il progresso del genere umano. È che qualche “variazione del fenotipo” (vale a dire i cambiamenti che avvengono nella manifestazione della forma fisica di un organismo, proprio come Mendel studiava i caratteri dei piselli attraverso le generazioni) della nostra specie ha prodotto un sacco di guai. Al giorno d’oggi, l’autorevolezza si guadagna con le armi da fuoco. Nelle guerre, nelle piazze, nelle strade, nelle televisioni. Senza mostrare almeno una Beretta, non si possono fare telefilm di qualità, neanche più musica di qualità. La coscienza collettiva ha scordato Marvin Gaye per far posto a 50 Cent. Di questi tempi, purtroppo alla gente non interessa molto il suo anniversario, Padre Mendel, e personalmente, me ne dispiaccio.Come mi dispiaccio del fatto che tante persone abbiano scordato anche un altro anniversario, proprio ieri. E non hanno neanche la scusa della scienza che li annoia. Perché quest’ultima è proprio una storia di pistole. E la si può raccontare forse, un po’ come si racconta la scienza. Anche se fa un po’ male al cuore.
C’è un ramo della fisica meccanica che dalla sua fondazione studia un solo, particolare fenomeno. Questo fenomeno è il movimento nello spazio di un corpo che non subisca ulteriori sollecitazioni impulsive dopo quella che ne ha determinato l’inizio del moto. Tale corpo – scusate, ma adoro il vecchio trucco alla Alberto Angela di dare una prima definizione tecnica per poi rivelare un concetto assolutamente banale – viene chiamato proiettile, e questa scienza prende il nome di balistica. Le tante fiction sui ranger del Texas, la scientifica di Miami, i marine di New York, la omicidi di Boston e l’antiterrorismo della Ciociaria vi avranno sicuramente già portato a sentire questi nomi. Quello che probabilmente non sapete è che la balistica è divenuta, col tempo, una scienza molto complessa e articolata. Anche se in televisione non lo dicono, la balistica al giorno d’oggi è divisa in quattro branche principali: balistica interna (che studia il comportamento del proiettile al momento in cui il grilletto viene premuto), intermedia (che si occupa del proiettile nella canna), esterna (quella che oggi ci interessa, e che studia il moto del proiettile una volta che è stato lanciato) e quella terminale (che si occupa del contatto tra proiettile e bersaglio. Il che, tristemente, coincide quasi sempre con la morte di qualcuno).
Come ho annunciato, per raccontare la nostra storia occorre parlare della balistica esterna. Quella che analizza il moto del proiettile quando è fuori della canna, e sta per andare a colpire l’obiettivo. In questa storiaccia, la canna – quella di una pistola, intendo, ché se fosse una canna di qualcos’altro o di qualcun altro, sarebbe stata tutta un’altra storia – la tiene in mano un ragazzo di vent’anni, o almeno così dicono. L’obiettivo invece, pure lui, è un ragazzo di vent’anni, un altro. Di lui siamo sicuri.
Un proiettile sparato nell’aria, per quanto autoritaria sia la mano che ne ordini l’esplosione, è soggetto a delle leggi uguali per tutti. L’attrito viscoso, per esempio, cioè quella forza che si oppone al moto di due corpi quando le loro superfici vengono in contatto. Un proiettile, a contatto con i gas dell’atmosfera, disperde l’energia del suo movimento – energia cinetica – in calore – energia termica – e questo riduce il rendimento del suo moto. Sparato in un ipotetico vuoto, il nostro proiettile proseguirebbe il suo cammino per sempre, sempre alla stessa velocità, e non modificando mai la sua traiettoria iniziale. Nella nostra realtà quotidiana, invece, l’aria lo frena, lo fa decelerare, gli fa perdere potenza. E qui entra in gioco, pesantemente, la più importante delle leggi, almeno per il ruolo che ha saputo giocare nella scienza moderna. La gravità. O almeno, la gravità per come la elaborò nel 1687 Isaac Newton. Più recentemente, Einstein ci mise le mani all’interno della sua ristrutturazione della fisica, ma nella “fisica di ogni giorno” la gravità newtoniana si lascia applicare in maniera eccellente, e altrettanto eccellentemente funziona. La legge di gravitazione universale afferma che due corpi dotati di massa si attraggono reciprocamente: il piombo ha massa, il pianeta Terra ha massa e di conseguenza, che lo si voglia o meno, i proiettili tendono a cadere al suolo. E lo fanno, pensate un po’, in maniera calcolabile, analizzabile, prevedibile. La cosa potrà forse sembrare triviale ai fan più accaniti di C.S.I.: eppure, bisognerebbe sempre ricordare che senza Galileo Galilei e Isaac Newton, nessun Horatio avrebbe mai potuto mai recitare le proprie battute in prima serata.

Visto l’effetto della gravità un proiettile, dicevamo, tende ad andare verso terra. Dal momento dell’esplosione, la forza impulsiva fornitagli dalla detonazione della polvere da sparo inizia a decrescere – per effetto dell’attrito viscoso, come abbiamo visto – e non riesce più a contrastare la forza di gravità. Inizia la caduta, o l’atterraggio, il vero problema, come disse qualcuno.La sua traiettoria disegna sull’asse verticale una parabola. E questo vale per il colpo di una semiautomatica, per un sasso lanciato contro un carrarmato a Gaza, per ognuno dei piselli marci che magari Mendel nel suo laboratorio ha scaraventato a terra. Alla gravità non si sfugge. Certo, sull’asse orizzontale le cose possono andare diversamente. Può esserci un colpo di vento, che devii il moto del proiettile di qualche millimetro, di qualche centimetro, di qualche metro. Molto dipende dalla massa del proiettile, dal materiale di cui è composto, dalle sue proprietà. Ma nella nostra storiaccia, il proiettile è quello di una pistola, una comunissima pistola. Per modificare così tanto la traiettoria di un suo colpo, ci vuole ben più di un colpo di vento. I colpi di pistola, d’altra parte, sono fatti per andare a segno. Proprio la balistica ha insegnato ai costruttori d’armi le dritte migliori, per raggiungere questo obiettivo.Quando si spara in aria, il colpo deve andare in aria. Quando si spara ad altezza uomo, il colpo deve entrare in un uomo.Punto.
La storia che racconto è successa dieci anni fa, ma se chiudo gli occhi, mi pare di rivedermela davanti. Un ragazzo di vent’anni con in mano una pistola, è dentro a una camionetta delle forze dell’ordine. Un altro ragazzo di vent’anni, davanti al primo, tiene in mano un estintore. Possono entrambi lanciare un proiettile, dice la balistica. Uno avvalendosi della forza della polvere da sparo, l’altro di quella delle sue stesse braccia. Ne risulterebbero parabole differenti, molto differenti. Soprattutto perché quell’estintore, se anche riuscisse a essere lanciato con una forza pari a un decimo di quella offerta dall’esplosione dell’arma da fuoco, con la stessa precisione di tiro di un’arma da fuoco, probabilmente non riuscirebbe a entrare nella piccola e alta finestra blindata del Defender, né tantomeno a uccidere chi si trovava al suo interno. Come prima, come sempre, non si sfugge alla gravità. In ogni caso, l’estintore non disegna nessuna parabola visibile. Cade a terra, in verticale. Cade anche il ragazzo che lo teneva in mano. E questa è la conseguenza di un’altra parabola inespressa. Perché il proiettile del primo ragazzo, quello uscito dalla canna di una pistola, ha raggiunto il suo obiettivo prima che la forza di gravità lo riducesse a un pezzo di piombo a terra, inerte. Il proiettile l’ha centrato in pieno.
Uno dei grandi punti di forza della scienza, lungo il corso della sua storia, è stata la capacità di creare modelli e metodi d’indagine che potessero descrivere le dinamiche dell’invisibile, dell’irripetibile. Pensate alle teorie sul Big Bang, alle differenti ipotesi sul comportamento del mondo fisico a livello quantistico. Nessuno ha mai “visto” questi fenomeni. Eppure, sappiamo che avvengono, o che sono avvenuti; lo sappiamo perché le nostre ipotesi, fino a prova contraria (o meglio, fino a falsificazione, come insegna il buon vecchio Popper) sono considerabili come valide, se in accordo con i principi del metodo scientifico. Uno di questi, è la riproducibilità. Se altri scienziati possono ripetere un mio esperimento, e raggiungono i miei stessi risultati, la mia ipotesi si “fortifica”, per così dire. Certi avvenimenti però, certe brutte storie, non possono essere ripetute.
E se anche si potesse, fa male persino riviverle nei ricordi, figuriamoci assistere di nuovo a esse.

Teoricamente, anche se nessuno ha mai visto alcun “oggetto contundente” deviare il colpo che “sparato in aria” ha ucciso Carlo Giuliani, questa è una possibilità, secondo la balistica. Addirittura, rientrando nel novero delle possibilità, questa è la verità secondo alcuni. Anche se contraddice il senso comune, la perizia della famiglia Giuliani, le testimonianze di chi quel giorno e a quell’ora era in Piazza Alimonda.
Forse si sarebbe potuto, si sarebbe dovuto, all’epoca di Supporto Legale e delle grandi cause per i fatti di Genova 2001, raccontare la scienza per cercare di comprendere tutti insieme la verità. Parlare di balistica, e di meccanica, e di cinematica davanti all’omicidio di Carlo, per dimostrare che non c’era nessun sasso. Parlare di psicologia sociale, di obbedienza e di conformismo, per tentare di capire come centinaia di persone abbiano prima massacrato i manifestanti inermi della scuola Diaz e dopo negato a oltranza le infamie commesse. Parlare di genetica e di biologia – sì, anche per quello manifestavamo, Padre Mendel, perché la speculazione degli OGM non devastasse il pianeta, modificando e brevettando le specie vegetali. Magari anche i piselli – per comunicare cosa si nascose dietro quel G8.

Avremmo dovuto raccontare la scienza in quei giorni, forse.
Forse ci avrebbe aiutato – come un po’ aiuta me, ora – a non sentirci così male, dopo questi dieci anni di ingiustizia.

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One Response to “Parabole di Mattia Della Rocca”

  1. 3 settembre 2015 at 15:34 #

    Bella intervista e omttio libro gie0 qui presentato da Marilf9. Aspetto il secondo che il notaio criminale e il tempo in cui sisvolgono i fatti mi attizzano.FabioP.S. Oggi sono in giro per blog che qua nevica e fa un freddo bestia. Brrrrrrrr!!!

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