Ho deciso di andare a Genova il sabato, dopo l’uccisione di Carlo Giuliani. Molti fra parenti e amici me lo sconsigliavano, il clima era da guerriglia e poteva succedere di tutto. Avevano ragione. Ma sono partito lo stesso. Anzi, mi sono detto che dopo la morte di Carlo aveva ancor più senso essserci e manifestare il mio dissenso, con rabbia ma con fermezza, opponendo alla violenza la determinazione della presenza.
Sono partito da Milano con un treno organizzato da Rifondazione, benché io non sia un militante politico. Volevo arrivare a Genova all’interno di un gruppo organizzato, mi sembrava il minimo di sicurezza richiesto dopo i fatti del venerdì. Credo però nella Politica nel suo senso originario, come luogo nel quale si partecipa con responsabilità e senso del dovere al bene comune.
La giornata di sabato è cominciata in modo festoso: la colonna partita dalla stazione di Brignole era colorata, danzante, multiforme. C’erano persone di tutte le età e di tutte le appartenenze, anziani e famiglie con bambini, studenti e disabili in carrozzina, militanti e gente comune. C’erano tutti i presupposti affinché sabato fosse una giornata diversa, dopo le follie omicide del venerdì. Ma non fu così. All’altezza di corso Italia, i cosiddetti Black Block sono scappati dalle Forze dell’Ordine cercando di infiltrarsi nel corteo pacifico. Le forze dell’ordine non hanno fatto nulla per impedirlo, anzi. Hanno aspettato che si mescolassero a noi per iniziare a caricare anche noi che non c’entravamo nulla, sparando una quantità incredibile di lacrimogeni. Qualcuno del corteo ha cercato di isolare e cacciare i Black, ma era ormai troppo tardi. Il corteo pacifico è stato spezzato letteralmente in due dalle cariche e dai lacrimogeni. Il panico si è diffuso istantaneamente, lo spezzone in cui mi trovavo ha iniziato a indietreggiare di corsa, scompostamente, vecchi e bambini, suore e militanti… Raggiunta una certa distanza dagli scontri, le Forze dell’ordine ci hanno lasciati stare. Abbiamo scoperto solo dopo che si era svolta una vera e propria battaglia con l’altra metà del corteo, la testa.
Ricordo la paura, la rabbia per una follia che non aveva nulla a che fare con lo spirito del nostro corteo, l’odore acre dei lacrimogeni, gli occhi e la gola che bruciavano, la voglia di farci coraggio e aiutarci, anche fra sconosciuti, in quel momento terribile, sorta spontaneamente.
Solo a sera inoltrata siamo riusciti ad arrivare alla stazione di Principe. Le realtà organizzate avevano messo in piedi un servizio di sicurezza ferreo, chiudevamo il corteo ai due lati tenendoci per mano, per evitare infiltrazioni anche allora e, dunque, nuovi folli e sanguinosi scontri. Ai lati del corteo, migliaia di poliziotti e carabinieri in assetto anti-sommossa ci fissavano. All’inizio il corteo si è mosso in un silenzio surreale e raggelante, camminando dentro una specie di canalone formato da centinaia di container.
A un certo punto allcuni del corteo hanno iniziato a gridare “ASSASSINI! ASSASSINI”. Comprensibile. La rabbia per le cariche su gente pacifica e inerme, la sensazione netta di un piano premeditato per trasformare il dissenso democratico dei molti nella follia di pochi violenti e condannare così in toto un intero movimento di legittime rivendicazioni, la morte di Carlo… Ma io non ho gridato. Non ce l’ho fatta. Gli assassini non erano lì, quella sera, in tenuta anti-sommossa, ai lati della strada che ci riconduceva finalmente a casa. I veri assassini erano ai posti di comando, in Parlamento, in uffici protetti e con aria condizionata, nascosti dietro radio e cellulari, in giacca e cravatta.
Nei giorni successivi ho seguito gli sviluppi del G8 di Genova con una morbosità quasi ossessiva. Leggevo tutto quello che usciva, partecipavo a incontri e seminari, compravo videodocumentare, saccheggiavo la rete. Non poteva finire così, molte cose erano da chiarire, dai responsabili della mattanza (anche mediatica) alla necessaria autocritica su alcune modalità con cui il Movimento aveva organizzato la partecipazione.
Quello che mi rimane oggi è una certezza: occorre ancora ricercare la verità, a tutti i livelli. Molte cose in questi anni sono state chiarite e anche acquisite agli atti giudiziari, ma manca giustizia, giustizia non è ancora stata fatta. E finché giustizia non sarà fatta, Genova continuerà a interrogarmi.
Ed è cresciuta la voglia di esserci e di partecipare, di tenere alta la guardia, di cercare strade in cui fare sentire la mia voce e quella di coloro che a Genova avrebbero voluto esserci, ma non sono potuti andare. Ho cambiato lavoro, mi sono buttato nel volontariato, ho iniziato a occuparmi di cooperazione internazionale e diritto all’istruzione. Una piccola goccia nel mare, ma una goccia in cui credo fermamente e cui dedico le mie migliori energie. Soprattutto ora che sono padre di uno splendido bambino di 3 anni e mezzo.
Troppo reale per essere vero di Ailender
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